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La Corte Costituzionale ha sentenziato ieri circa i tre quesiti del referendum sul Jobs’ Act, proposto dalla CGIL, che dovrà tenersi quest’anno, visto il via libera della Cassazione del 10 dicembre scorso. Essi concernono: 1) il ripristino sostanziale del vecchio art. 18 dello Statuto dei Lavoratori – ossia il divieto di licenziamento senza giustificato motivo o giusta causa nelle aziende al di sopra dei quindici dipendenti – e l’estensione della tutela alle aziende al di sopra dei cinque dipendenti, ferma però la discrezionalità del giudice sulla reintegrazione del lavoratore ingiustamente licenziato; 2) l’abolizione dei cc.dd. Voucher o Buoni per il lavoro accessorio, ovvero assegni per il lavoro accessorio di 7,50 € con cui è possibile pagare prestazioni accessorie entro un tetto di 7.000 € annui, e che – nati con la Riforma Biagi nel 2003 – si sono poi elefantiacamente e progressivamente ampliati nell’ambito applicativo (121,5 milioni di assegni venduti nel biennio 2015-2016, dati INPS), fino a favorire forme incontrollate di precariato, secondo la CGIL; 3) ripristino della responsabilità solidale tra appaltante e appaltatore (che era stata abolita con la Legge Biagi), in quanto essa – a detta del sindacato – avrebbe avuto come immediato effetto un incentivo alla concorrenza sleale, andando a danneggiare i lavoratori esternalizzati. 

La risposta della Corte, preceduta da aspre polemiche tra CGIL, altri sindacati e Governo, è arrivata a mettere un primo punto fermo sulla questione. Se però ha ammesso i quesiti referendari riguardanti voucher e responsabilità in tema di appalti, ha tuttavia bocciato quella che era considerata unanimemente la chiave di volta – se non la ragion d’essere – del ricorso al referendum sul Job’s Act, anche per le sue implicazioni politiche: il quesito riguardante il ripristino dell’art. 18. Non sono ancora state rese note le motivazioni del rigetto, ma è ragionevole supporre che la Corte abbia fatto proprie le istanze contenute nella memoria depositata dall’Avvocatura dello Stato, che definiva il quesito avente un carattere surrettiziamente propositivo e manipolativo, poiché volto ad estendere le tutele previste dal vecchio art. 18 anche ai lavoratori impiegati in aziende con un numero di dipendenti da cinque a quindici. Dal canto suo, per quanto concerne i voucher, altra questione assai delicata, il Governo, per bocca del Ministro Poletti, ha manifestato la volontà di rideterminarne dal punto di vista normativo il confine dell’uso, con ogni probabilità proprio per evitare il referendum, qualora il nuovo provvedimento si attenesse alle indicazioni della Consulta. 

Dopo la decisione della Consulta, Susanna Camusso (CGIL) ha annunciato: “Continueremo la nostra iniziativa contrattuale e valuteremo di ricorrere alla Corte Europea, perché siamo convinti di aver rispettato le regole”

Una doccia fredda quest’esito, inutile negarlo, per la segretaria Susanna Camusso che ha prontamente annunciato di voler ricorrere alla Corte Europea: 

«Perché siamo convinti di aver rispettato le regole»

Ma tale strada appare piuttosto impervia, quantomeno dal punto di vista concettuale. Probabilmente il segretario si riferisce all’invocazione di quanto previsto dalla Carta di Nizza dei diritti fondamentali, a cui aveva già pensato in occasione dell’approvazione del Jobs’ Act. Tuttavia sembra abbastanza utopico rivolgersi in tema di giustizia sociale al potere giudiziario di un’organizzazione che nei fatti, della socialità degli stati membri, ha sempre teso a comprimere (l’esempio greco e dei paesi mediterranei più in generale è sotto gli occhi di tutti). In effetti la sostanziale inefficacia dell’operato dell’attuale segretario viene da ben più lontano. Cominciando con i contrasti con il segretario della FIOM, Maurizio Landini, quest’ultimo per un periodo abbastanza tentato sia dallo scalare la leadership del sindacato che dall’avventura politica, cosa assai maldigerita dalla Camusso, e che ha impedito un’unità di intenti e una forza all’interno della stessa CGIL che sarebbero stati indispensabili per opporsi al progetto governativo prima montiano poi piddino. Continuando con l’ampliarsi della divisione con la CISL, che se aveva soprasseduto sul pasticcio della Legge Fornero, si è mostrata ancora più filogovernativa con i governi Letta e soprattutto Renzi – pensando male si potrebbe parlare di intesa tra democristiani – tanto da esprimere contrarietà al referendum sul Jobs’ Act.

Insomma, questo continuo logoramento interno ed esterno ha probabilmente condotto ad un sentimento di profonda rassegnazione e sfiducia in molti militanti della CGIL, tanto è vero che lo sciopero generale del 2014 contro il Jobs’ Act è stato ben lungi dal portare in piazza due milioni di militanti, impresa riuscita invece nel 2002 a Sergio Cofferati, allorché Berlusconi aveva anch’egli avanzato la proposta – poi ritirata – di abrogare l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. È stata molto più blanda e scivolosa, quasi a far pensare a una connivenza con il governo Renzi, la reazione della CGIL di Susanna Camusso, il che deve aver indotto la classe lavoratrice italiana – unitamente a un costante incentivo al consumismo di prodotti, specie tecnologici, decuplicatosi nell’arco di circa un decennio – ad una maggiore rassegnazione sul punto. Sebbene possa entrare nel conto anche la mentalità media dell’elettore del PD (spesso anche, ma non necessariamente) iscritto alla CGIL, per cui se un provvedimento impopolare lo propone il Nemico (Berlusconi) è un sopruso, se lo attua Uno Dei Nostri (Renzi) è un sacrificio necessario. Su tutto ciò la CGIL si è sempre mostrata evasiva, dando l’impressione da un lato di essere schierata nettamente da un punto di vista politico, dall’altra dando ai suoi iscritti la percezione fallace che caduto il tirannico governo Berlusconi sarebbero scorsi fiumi di latte, miele e giustizia sociale. Non prevedendo che il PD avrebbe sostenuto tutta una serie di iniziative che non erano neppure nelle speranze più floride del Cavaliere.

sergio_staino

«Ti prego di rifletterci bene e ti prego oggi che ti è arrivato un bel segnale, se hai la volontà di coglierlo. Il segnale è la notizia di quei compagni dello SpiCgil emiliano che stanno tranquillamente utilizzando i voucher per pagare le loro collaborazioni. Sì, proprio quei voucher che tu hai avuto l’ardire di chiamare “pizzini mafiosi”. Non ti sembra di esagerare? Non ti sembra che hai perso il senso della realtà delle cose, della loro concretezza? Tutte cose che invece non mi sembra abbiano perso quei compagni dello Spi-Cgil. Cerca quindi di ritornare sui grandi binari della nostra storia sindacale, della nostra esperienza, delle nostre lotte di unità e di progresso»

Ecco quindi che la Camusso si trova al momento, suo malgrado, nella manzoniana situazione del vaso di coccio tra i vasi di ferro. Poiché se gli attacchi dalla FIOM e dagli altri sindacati fioccano, certo non mancano da parte di un giornale un tempo amico, come L’Unità. Il direttore, Sergio Staino, in un editoriale dello scorso sabato, ha censurato l’attuale segretario non ritenendolo all’altezza di Luciano Lama o Bruno Trentin, obiettandole di non saper più dialogare con la politica. Il che equivale, nell’ottica del direttore, nell’eseguire prontamente ogni qual cosa passi per la testa al segretario del PD di turno, nonostante poi accusi incomprensibilmente Susanna Camusso di tenere il sindacato troppo prossimo alle strategie dei partiti (quali?). Pronta è arrivata la replica del segretario che – sportivamente glissando sulla disastrosa situazione economica del giornale – si è più ragionevolmente e concretamente rivolta a Staino ricordandogli che:

«Anche tu dovresti chiederti se l’evidente fallimento delle politiche del rigore e dell’austerità, la sconfitta della teoria che precarizzando il lavoro e riducendo i diritti si sarebbe creata più occupazione, non richiederebbero ad una maggioranza di Governo, che si definisce riformista, un deciso cambio di verso»

Duro è stato anche l’attacco rivolto alla CGIL dal Presidente dell’INPS Tito Boeri, che è giunto a tacciare il sindacato di ipocrisia. Il casus belli pare concretizzarsi nella circostanza che il sindacato, pur avendo chiesto l’abrogazione dei voucher, ne avrebbe poi fatto uso a Bologna in relazione ad alcuni volontari dello SPI (la sezione pensionati del sindacato), utilizzandoli per retribuire alcuni volontari. Certo, si tratterebbe di una cinquantina di pensionati, che grazie a tale strumento raggiungerebbe una retribuzione di 100 € annui, realizzando dunque lo scopo per il quale lo strumento era nato. Ma se poi se ne chiede l’abrogazione, ciò genera senza dubbio un’impressione di incoerenza, e su ciò ha avuto buon gioco a puntare il dito il bocconiano Boeri. Il quale – avendo una formazione nettamente atlantica, essendosi laureato alla New York University, passando poi a collaborare con il FMI e la Banca Mondiale e della Commissione Europea, probabilmente non vede di buon occhio un sindacato forte attento a un welfare di matrice vetero europea continentale, e non perde occasione per dimostrarlo, come ai tempi della polemica sulle cc.dd. Pensioni d’oro, allorché la Camusso espresse dubbi su un sostanziale tramonto del sistema pensionistico contributivo.

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«Avremmo preferito non usare i ticket, ma se questa è la legge, noi non possiamo che applicarla». Così la leader della Cgil, Susanna Camusso, a Repubblica Tv risponde a Tito Boeri, presidente dell’Inps che giorni fa aveva affermato come anche il sindacato abbia fatto ricorso ai voucher. «Vorrei sapere se Cisl e Uil hanno lo stesso problema. Avrei preferito non usare i voucher, potevamo ricercare altre soluzioni» (Da Repubblica)

Tornando su quanto disposto dalla Consulta, al di là dei profili squisitamente giuridici della questione, va però brevemente evidenziato un punto. Bisogna chiedersi, infatti se il provvedimento della Corte Costituzionale non vada letto insieme a una sentenza della Cassazione – Sez. Lavoro depositata il 7 dicembre scorso. In essa si afferma sostanzialmente la liceità del licenziamento del dipendente causato dalla necessità di una più efficiente organizzazione aziendale. In sostanza, dunque, allo scopo di massimizzare i profitti. Quanto disposto è motivato ai sensi dell’art. 41 della Costituzione (Libertà dell’iniziativa economica) ma anche delle norme europee, cosa ancor più preoccupante in quanto attraverso di esse si è visto negli ultimi anni il tentativo di erodere il dettato costituzionale. Se poi si considera che il respingimento da parte della Consulta del quesito referendario ha evitato il ricorso alle elezioni anticipate – se è vero quanto dichiarato da Poletti in proposito – a pensar male, verrebbe quasi da ravvisare una forma di appoggio dato alla politica da parte della magistratura, in barba al montesquieuiano (e un po’ ipocrita) principio della separazione dei poteri. Dunque, tra un sindacato debole, una politica che guarda a interessi europei (e di oltreoceano) più che italiani, e una magistratura che le strizza l’occhio, il rischio è che la dignità del lavoratore ci finisca in mezzo. Perché se certo fondare un Paese sul lavoro sarà magari da considerarsi utopico, fondarla sul consumo di beni e servizi è ben più triste e lesivo della dignità della persona umana. Su ciò le nostre supreme corti dovrebbero magari meditare.