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Sin dai primordiali gemiti dei primissimi circoli territoriali, l’avanzata della protesta capeggiata da Beppe Grillo ha sollevato seguito, clamori e disappunti. Le amministrative regionali in Emilia-Romagna del 2011, le Politiche del 2013, (in parte) le Europee del 2014 e le recenti elezioni a Roma e Torino, consegnano una garanzia chiara: la sterile chiacchiera della politica gossippara si appaia perfettamente alla poco concretezza che viene da sempre rimproverata al Movimento 5 Stelle. Talvolta, a ragione. D’altronde, nello Stivale delle contraddizioni, può anche accadere che le approssimate valutazioni di chi analizzi l’Italia dal balcone di un perbenismo aristocratico ed impermeabile dai disagi sociali e dagli stenti economici, debbano essere addirittura condivise. Ciò che oggi dà manforte alle convinzioni delle bocche di fuoco della polemica fine a se stessa, è la condotta gestionale – più che amministrativa – di Virginia Raggi, cosparsa di veleno e di malizia per aver confermato, su poltrone scomode e bollenti, soggetti che Magistratura ed opinione pubblica hanno lapidariamente bollato come inaffidabili. Anche se sarebbe bastato dare un’occhiata a certi curricula per accorgersi che non occorresse intasare ulteriormente il sistema giudiziario italiano, e per avere un’idea complessiva dei profili in questione. Uno tra questi è proprio quello di Raffaele Marra, Capo del Personale del Comune di Roma e probabile eminenza grigia dietro ogni singola scelta della Raggi, dalla sua ascesa al Campidoglio nel giugno scorso all’attualità.

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Raffaele Marra alle spalle del sindaco di Roma, Virginia Raggi.

Più in generale, l’ennesimo residuato delle passate giunte capitoline, che hanno contribuito a trascinare Roma nelle condizioni nelle quali sguazza e boccheggia odiernamente. Gli inquirenti sono giunti alla sua effettiva colpevolezza in un caso di corruzione – risalente al 2013 – durante il suo mandato alle Direzione delle Politiche Abitative. Niente che scandalizzi, o lasci di stucco, tendendo in considerazione la costanza dei contenziosi in cui le giunte di mezza Italia sono implicate. Semmai, a destare stupore è che proprio la milizia principale della battaglia alla casta della Capitale sia rimasta impigliata nella trappola della corruttela, seppure indirettamente. Nella compulsiva agitazione degli scandali ad orologeria, la Raggi ha semplicemente peccato di superficialità nella nomina di un tecnico che, per quanto avvezzo ai palazzi della burocrazia romana, ha assorbito il peggio di Alemanno e di Marino. Ed è qui che si annidano le responsabilità primarie del Sindaco: il non essere stata in grado di comprendere da subito quali compiti lei stesse affidando a chi. Proprio per questo, la sufficienza a cui si imputa la maternità di questo grossolano errore, dovrà giocoforza coincidere con una scelta forte, decisa, e (forse) radicale del Movimento. In un’osservazione di ampio raggio, il caso Marra non può stravolgere esageratamente la credibilità dei pentastellati: gli affilati a 5 Stelle nazionali e un’importante fetta di quelli romani stanno all’unisono condannando la condotta fraudolenta dell’ex funzionario, e le parole di Di Battista e di Di Maio l’hanno confermato nei giorni scorsi.

Alessandro Di Battista dice la sua sulla questione di Raffaele Marra e di Virginia Raggi a Roma.

Ma la Raggi farebbe comunque meglio a catalizzare l’ammissione di colpa in dimissioni che rappresenterebbero la svolta per zittire le zitelle della zizzania, alla caccia delle streghe quando si parla di Grillo e seguaci, e sempre pronta a rovesciare le proprie frustrazioni rancorose sull’anti-politica – che è il massimo alibi del linguaggio politichese per celare le magagne da esso perpetrate, abusando della incoscienza collettiva. L’eventualità di un’abdicazione sarebbe l’unica possibilità che i 5 Stelle possano avere per raggiungere Palazzo Chigi senza dover dar retta alla cronaca politica di seconda mano, che li vuole sulla graticola ogni qualvolta accada una situazione in cui un loro esponente sia implicato, direttamente o collateralmente. Malgrado Roberto Saviano sia quanto di più distante esista dalla onestà intellettuale, il pensiero dello scrittore campano – pubblicato sul suo profilo Facebook, l’indomani dell’arresto di Marra – delinea i motivi per i quali questo episodio, sebbene non attivamente causato dal M5S, possa destabilizzare la fiducia dell’elettorato verso la creatura di Grillo:

«[…] Perché Marra non è – come molti credono – figura marginale. Marra è l’amministrazione Raggi: da lui passavano tutte le decisioni rilevanti della Sindaca che, nella migliore delle ipotesi, non ha saputo leggere la complessità del reale»

Molto semplicemente, perché ormai pure la più flebile aspettativa verso la partitocrazia tradizionale si sta dissolvendo, andando inesorabilmente a parare su un modello di democrazia parlamentare che è agli antipodi di quello della rappresentatività, conosciuto in 70 anni di storia repubblicana. Politologicamente, si sta palesando l’occasione di dar spazio ad una democraticità liquida, che ponga il cittadino di fronte alle problematiche della comunità e lo responsabilizzi per articolare delle soluzioni. Dunque, essendo stato l’unico in Italia a proporre un’alternativa del genere, ed essendo molto quotato per un trionfo schiacciante alla prossima tornata elettorale, il Movimento dovrebbe provvedere a configurare una classe dirigente solida ed ermetica, che si basi su un’elastica serietà organizzativa e non permetta a nessun germe della precedente nomenclatura politico-amministrativa di proliferare al suo interno. In estrema sintesi, c’è da riformare un ordine che il M5S sta auspicando dagli albori, ma che non si è mai sforzato di raggiungere. La volta buona potrebbe essere proprio questa.