Nella giornata di Domenica 2 Aprile, si sono svolte numerose manifestazioni in tutta Italia, da Roma, Napoli, Ancona passando per Venezia, dove era presente un corteo di 4 mila persone, guidato dalla segretaria nazionale della Cgil, Susanna Camusso. Quest’ultima, soddisfatta della partecipazione raggiunta, ha esclamato che occorre fare pressione sul governo per cambiare radicalmente la riforma pensionistica, così com’è necessario ripensare la distribuzione del lavoro e l’occupazione. Parole scontate, che non affermano nulla di nuovo rispetto a ciò che un lavoratore medio si aspetterebbe dal welfare di uno stato “democratico”, per non parlare del dato numerico insignificante, che di certo non equivarrebbe a un assedio di Palazzo Chigi. Sulle stesse note di pensiero anche la segretaria Cisl Annamaria Furlan, la quale dichiara: “Abbiamo numerosi opinionisti, esperti che in questi anni e negli ultimi mesi hanno avanzato delle proposte. Tuttavia, manca all’appello la proposta del governo», e ancora: “Le istituzioni governative facciano il proprio lavoro: che convochino le parti sociali e si dimostrino in grado di presentare una proposta valida”.

Le dichiarazioni qui esposte sono più che sufficienti a evidenziare la gravità della situazione in cui versa il movimento dei lavoratori. Un leader sindacalista che confida nelle salvifiche e buone intenzioni di una spietata classe dirigente liberale, di stampo palesemente neo-conservatore, ha già spianata, davanti a sé, la strada per la sconfitta. E’ infatti impensabile, almeno attualmente, l’idea che la setta degli accoliti renziani possa soltanto imbastire un tavolo di dialogo con il precariato e i disoccupati, oramai considerabili come un unico blocco sociale. Perciò, dunque, ci si domanda lecitamente se in queste parole intrise di ovvietà e perbenismo riformista, vi sia ingenuità, mal celata indifferenza ai problemi sociali o addirittura complicità istituzionale. L’epoca dei grandi successi delle lotte sindacali e dei governi propensi al dialogo è terminato negli oramai lontani anni ’80, ma questo, evidentemente, non entra nella testa dei vecchi barbagianni “rivoluzionari” d’Italia. In Francia, ahimè, vi è molta più consapevolezza di vivere una nuova e più cruda epoca storica, soprattutto nel rapporto tra cittadini e istituzioni. Lo dimostrano i fatti avvenuti negli ultimi giorni nel Paese, dove si discute una nuova ed ennesima legge di smantellamento dei diritti sul lavoro:  scuole e università chiuse, uffici privi di personale, strade bloccate, un intero sistema messo letteralmente in standby dagli stessi cittadini (sebbene poche testate italiane abbiano trattato l’argomento).

Qual è stata, invece, la reazione italiana al Jobs Act e alla buona scuola? Due, forse tre cortei, per il gusto di apparire in strada e passeggiare fieri e “rivoluzionari”, per non dover dire a sé stessi di essersi comportati da estremisti verso lo Stato (da buoni “timorati di Dio”), ma nello stesso tempo poter sfoggiare in pubblico il fatto che “almeno una volta la faccia la si sia messa in gioco”.  Intanto, l’alta borghesia finanziaria, conscia delle contraddizioni e del protagonismo sindacalista (e non solo) privo di contenuti, si compiace del servilismo e dell’innocuità di non pochi lavoratori, se la ride dall’alto dei suoi palazzi olandesi, mentre precari e studenti perseverano nelle anacronistiche pratiche di “lotta”. Solo alcune frange della Fiom, nelle zone industriali di Genova e in Campania, oltre che organizzazioni di lavoratori autonomi, hanno iniziato a capire che è giunta l’ora di alzare i toni nel conflitto capitale/lavoro. Nella città genovese, infatti, solo pochi mesi fa, migliaia di operai hanno bloccato l’intero centro abitato a costo di ottenere una voce in capitolo sulle sorti degli stabilimenti nei quali lavoravano, e per la cui sorte era previsto il licenziamento. I genovesi non hanno soltanto dimostrato che le modalità tradizionali di sciopero sono oramai superate, bensì che il loro successo di lotta è dipeso da un fattore realistico: ESCLUSIVAMENTE le proprie energie conflittuali, prive di cornici di speranza nella buona fede istituzionale. Del resto, sarebbe paradossale confidare nell’azione di sindacati come CGIL, CISL o UIL, le cui organizzazioni sono spesso gestite da membri iscritti a partiti attualmente al governo, dunque inevitabilmente legate a esso.