Una recente pubblicazione sul Financial Times, ad opera dell’economista e saggista Stiglitz, ha destato i peggiori malumori fra i più convinti sostenitori della moneta unica, alimentando un pre-esistente cambiamento nelle convinzioni delle parti politiche europee. Ad essere maggiormente colpita è proprio l’ala della sinistra progressista e social-democratica (cui lo stesso Stiglitz è vicino), la quale ha rinnegato i suoi contenuti più tipici come il solidarismo marxista e anti-liberista, in favore di una visione ultraliberale di stampo statunitense. Ciò è evidente dalla strenua difesa che non pochi esponenti del Partito Socialista Europeo e alcune aree della Sinistra Europea portano avanti, per l’ingenua associazione fra il concetto di solidarietà tra i popoli del continente e la presunta implicazione di un’unità economica e monetaria fra essi. E’ in questo atto d’implicazione che consiste il peggiore errore teorico dei movimenti politici d’ispirazione pseudo-popolare. Tuttavia, sarebbe sufficiente aprire gli occhi e realizzare che l’eurozona non è sinonimo di un cosmopolitismo culturale, né di “apertura al diverso”.

Esisteva già un’unione e una cooperazione politico-sociale all’insegna della solidarietà fra le nazioni, con l’esistenza dell’ormai estinta CEE. L’unica “overture” che in questo processo di aggregazione si viene ad attuare è quella dei confini della sovranità statale allo strapotere finanziario di banche e multinazionali. Il più grande inganno che l’UE tende ai suoi fiduciosi sostenitori, in molti ambienti di sinistra, è il falso sostegno all’idea di un’Europa democratica e multirazziale, quando, nei fatti, la componente democratica è smentita dall’autoritarismo decisionale della Troika (si guardi al fallimento dell’esperimento Tsipras e alla schiavizzazione debitoria della Grecia), e quella multietnica svilita dall’atteggiamento di ostilità dei Paesi europei verso il fenomeno migratorio, con tentativi di auto deresponsabilizzazione a riguardo, soprattutto in seguito al verificarsi di episodi terroristici.

La soluzione ai problemi sociali ed economici non deriva, ovviamente, nemmeno dalle chiusure xenofobe o nazionaliste di alcune frange di destra, le quali contribuirebbero ad alimentare un clima di ostilità e diffidenza reciproca. Stiglitz, a questo punto, propugna due soluzioni: 1)l’uscita dall’euro o 2)la creazione di due aree monetarie, una “forte” legata all’asse dei Paesi dell’Europa centro-settentrionale, e una “debole”, relativa all’area meridionale/mediterranea del continente.  Il problema cocente, inerente alla seconda strategia, riguarderebbe la ridefinizione del debito di ogni singolo Paese, che dovrebbe essere rinominato e conteggiato, in relazione alle nuove prescrizioni economiche di un ipotetico euro del Sud. L’altra questione, forse ancora più spinosa, concernerebbe la tanto osannata quanto criticata sovranità monetaria. Essa, un tempo garante dell’autorevolezza di uno stato in merito alle sue peculiari politiche economiche, è concentrata, oggi, nelle mani della Banca Centrale Europea. Il pretesto, (sostenuto dai teorici della globalizzazione), consiste nell’accentramento istituzionale degli interventi decisionali sulle economie dei singoli Paesi, per una necessaria quanto maggiore competizione con i mercati dell’area asiatico-atlantica. Permettere a un governo nazionale di stampare la propria moneta equivarrebbe alla concessione di un’ “eccessiva” libertà di azione e riforma, ma soprattutto, a livello giuridico, l’accettazione coatta e il rispetto, da parte di organismi anche sovranazionali quali corporation, et similia, di determinate scelte o ricette politiche ed economiche. Da qui, le pressioni finanziarie e la firma di trattati quali Maastricht (1992), con il progressivo esautoramento di ogni competenza decisionale del singolo stato e la delega dei poteri a organismi di natura finanziaria.

Prova inconfutabile del progetto di cessione di sovranità alle dittature del privato è l’acceso dibattito sull’attuazione del Ttip, la cui approvazione avrebbe di fatto legato le mani agli stati, verso i quali le più grandi compagnie commerciali  internazionali avrebbero esercitato azioni coercitive di importazione dei propri prodotti, pena il pagamento di un’indennità di cifre spropositate e inestinguibili. Per il momento, le trattative sul Trattato Transatlantico sono state fortunatamente respinte dagli stati , ma la minaccia di un ripensamento è sempre presente.

Di fronte, dunque, alle alternative proposte da Stiglitz, senz’altro si potrebbe auspicare l’abolizione della moneta unica, con una progressiva e meno traumatica strategia di uscita dall’eurozona, il che non implicherebbe il fallimento del progetto di un’Europa libera dal giogo degli apparati finanziari, quanto dalle ingerenze dell’establishment economico atlantista. Se il miraggio della sovranità monetaria potesse trasformarsi in realtà, esso si rivelerebbe un efficace schiaffo morale a quanti, ingenuamente, ritengono sia possibile ristrutturare un “edificio” che al suo interno presenta delle crepe strutturali.