Un bel brindisi, a Capodanno, sarebbe stato da riservare alla Procura di Milano. La piccola vittoria su Apple, arrivata appena prima di fine 2015, ha la valenza che assunsero nell’immaginario europeo una Lepanto o una Poitiers. Sono 318 i milioni di euro che la multinazionale di Cupertino ha versato all’Agenzia delle Entrate per risolvere un contenzioso che coinvolgerebbe cifre ben più ampie.Si parla, stando bassi, di quasi 900 milioni elusi al fisco italico tra il 2008 e il 2013.

Il meccanismo, definito in gergo esterovestizione, è giunto alla ribalta delle cronache, anche le più asservite, nei primi anni di crisi. Travolta dall’austerity e dalla Lehman, Bruxelles si è trovata costretta ad ammettere la nudità dell’ennesimo re, cioè la pratica diffusa delle grandi corporations di sfruttare i differenti regimi fiscali tra Paese europei ed extra-europei per evadere miliardi di euro di tasse. Si iniziò a parlare, allora, nel 2011, di CCCTB, ovvero Common Consolidated Corporate Tax Base, sostanzialmente una tassazione unica, di livello europeo, per le compagnie operanti in più Stati dell’Unione. La proposta di per sé ripropone le problematiche intrinseche dell’Unione tout court, visto che, almeno idealmente, i profitti (o le perdite) registrate nei diversi Paese verrebbero sommate e sul risultato finale si abbatterebbe la scure di Bruxelles. Della successiva ripartizione dei proventi fiscali non si è mai parlato, ma che l’Italia ne esca con le ossa rotte non sarebbe una novità. Tralasciando questi particolari, resta il fatto che le trattative sulla CCCTB si sono subito arenate e nonostante se ne sia parlato anche all’ultimo G20, visto che il problema in realtà non è solo europeo, non si è ancora giunti ad alcuna soluzione.

Stranamente, ha mostrato molta più capacità d’azione la combattiva Procura di Milano, che ha aperto contenziosi con numerose società, dell’hi-tech come della old economy, vedi Ryan Air. Dopo Apple, anche Google sembra decisa a staccare un assegno sostanzioso, per quanto forfettario, per risolvere la grana. Quello che conta è che, per una volta, l’inane burocrazia italiana sembra aver dato al mondo una piccola lezione di capacità d’azione.

Già il senato americano si accorse che qualcosa non quadrava, nei tributi versati dalla Mela. Oltre cento miliardi di dollari di liquidità in paradisi off-shore, circa 70 miliardi di utili tra il 2009 e il 2012 registrati in Irlanda invece che negli Stati Uniti, dunque un’evasione a nove zeri. All’imbarazzante audizione in senato del Ceo Tim Cook, che ebbe il coraggio di accusare il Congresso di applicare una tassazione inadatta all’era del digitale, seguì il nulla.

Il meccanismo di fondo è sostanzialmente semplice. Si sfruttano le pieghe più recondite di qualunque sistema fiscale del pianeta, assieme alla libertà di circolazione dei capitali, e si crea una rete di società, in alcuni casi totalmente fittizie, gestite virtualmente da manager residenti in California, che si “passano” gli utili, sotto forma di diritti di licenza dall’una all’altra, nel modo più conveniente. Ormai famosa la Double Irish, in voga addirittura dagli anni Ottanta: il fisco irlandesi riconosce come tassabili solo le aziende che abbiano residenza fiscale in Irlanda. Dunque si fanno due società. La prima ha sede legale e fiscale in Irlanda, e riceve gli utili delle altre compagnie affiliate operanti in Europa o altrove. La seconda con sede in Irlanda ma gestita da un paradiso fiscale. La legge irlandesi infatti prevede che la sede fiscale di un’azienda sia dove risiede il suo management. In questo modo i profitti vengono girati, sotto forma di royalties o altri oneri dalla prima azienda alla seconda, che ha sede nel paradiso fiscale (e questo nonostante Apple abbia negoziato col Governo irlandese un’aliquota ridicolmente bassa, del 2%).

D’altronde la Weltanschauung di Apple è nota: lo stesso Tim Cook, di recente, in Bocconi, ha ricordato ai giovani futuri manager di essere cittadini del mondo, così come lo è Apple, che si è sentita giustamente libera di sfruttarlo appieno, il mondo. Allo stesso tempo, l’inanità del congresso Usa conferma Toni Negri: gli Stati Uniti sono un’area privilegiata dell’ordine imperiale, ma non sono il centro dell’impero. Anche loro devono fare i conti con chi il potere lo ha davvero e sta cominciando a mostrarsi.

E’ un ordine feudale, in realtà, quello sostenuto dalle multinazionali. All’interno di quello che gli storici oggi definiscono “ordinamento signorile”, il vuoto di potere del Sovrano (quello che oggi chiameremmo Stato) venne colmato dai vari potentati locali, in una sovrapposizione di dipendenze e autonomie che rendevano il quadro politico estremamente variegato e frammentario. All’interno delle aree di autonomia, il potere era nelle mani del signorotto locale, di fatto pienamente sovrano, e magari allo stesso tempo sottoposto ad un’autorità più alta in alcuni dei suoi altri possedimenti. A questa frammentazione del potere si pose rimedio attraverso il rafforzamento delle istituzioni monarchiche, che poi si sarebbero trasformate negli Stati moderni (si pensi ad esempio al caso del Re di Francia, ai tempi dei primi Merovingi un signorotto feudale e nulla più, nei fatti).

Oggi assistiamo alla riframmentazione del potere. Con questa sovrapposizione tra forze sovranazionali di natura istituzionale ed altre di natura economica, le multinazionali appunto, in assenza di un potere centrale ancora lungi da venire, si creano grandi aree buie, dove gli alter ego dei feudatari esercitano la loro signoria di banno. L’organizzazione stessa della multinazionale ricalca quella feudale: è infatti strettamente gerarchica. L’ordine delle cariche è ben determinato, la collegialità limitata, la democrazia interna sostanzialmente assente. All’esterno, allo stesso tempo, sfruttando le pieghe della globalizzazione, riescono a non rispondere ai governi nazionali, ormai impossibilitati ad agire su qualcosa che trascende il loro territorio di riferimento e limitati dalle istituzioni sovranazionali come l’UE. In molti casi, sfruttando la loro forza economica, venuta meno, specie in Europa, ai Governi, privi della loro sovranità monetaria, li influenzano, spesso alla luce del sole, attraverso lo sdoganamento del lobbysmo.

Per questo la Procura di Milano ha segnato una piccola ma importantissima vittoria, per chi ancora resiste.