Che la riforma del lavoro attuata in Italia, già a partire dalla famosa legge Fornero, sia stata voluta ed imposta dall’Europa al fine di adeguare il nostro mercato a quello tedesco, questo è un dato di fatto. La Germania, nel corso degli anni, ha concentrato la sua politica economica sulla parola “flessibilità” aumentando i mini-jobs, i contratti part-time, diminuendo i salari e gli stessi diritti dei lavoratori. Insomma ha perfettamente applicato la regola del “lavoro per tutti in cambio di meno diritti e meno soldi” (così come ha di recente spiegato il presidente dell’Agenzia per il lavoro tedesca, Frank-Juergen Weise). Non per nulla l’Italia come la Grecia ed altri Paesi hanno permesso e stanno permettendo un radicale cambiamento del mondo del lavoro teso ad aumentare la “flessibilità in uscita” (termine sottolineato dall’ex ministro Fornero per giustificare la necessità di riforma l’art. 18) così da permettere alle imprese di competere sul mercato, oramai maledettamente globalizzato.  Ciò che però ben poco viene sottolineato è l’elemento etico che sta alla base dello scardinamento dello stesso mondo del lavoro a favore delle grandi imprese e multinazionali che, da tali riforme, ricaveranno esclusivamente vantaggi e arricchimento.

Perché questa premessa? Per anticipare un’altra novità introdotta dal Jobs Act che, inserita nello stesso quadro che ha permesso la quasi totale perdita di valore del contratto a tempo indeterminato (chiamato adesso “a tutele crescenti”), consentirà al datore di lavoro di poter modificare le mansioni del lavoratore a gradi inferiori rispetto a quello per cui era stato inizialmente adibito. Si tratta del d.lgs. n. 81/2015, entrato in vigore da pochi giorni, che modifica l’art. 2103 del codice civile in materia di modifica delle mansioni del lavoratore, concentrando nel datore di lavoro un ulteriore grande potere, ovvero quello di modificare appunto le mansioni del lavoratore in negativo senza la necessità di accordi sindacali o ulteriori consensi. In poche parole, liberalizzare del tutto il contratto lavorativo già ampiamente precario.

Istituire certi limiti al potere del datore di lavoro di modificare le mansioni del lavoratore era stata una enorme conquista- insieme a quelle inerenti le ore di lavoro, i limiti ai licenziamenti ecc..-introdotta dall’introduzione dello Statuto dei Lavoratori con la legge 300/70. Questo individuava tre tipi di Ius Variandi: quello verso l’alto (nel caso di adibizione a mansioni superiori), orizzontale (nel caso di adibizioni a mansioni equivalenti), verso il basso (nel caso di adibizioni a mansioni inferiori). La legge però vietava espressamente che l’Ius Variandi verso il basso potesse essere applicato dato che l’art. 2013 cc sanciva che “qualsiasi patto contrario è nullo”. Sola deroga, oltre al caso della donna in gravidanza che poteva essere adibita a mansioni inferiori in relazione al particolare status, era prevista nel caso in cui l’unica alternativa al demansionamento sarebbe stata il licenziamento: in questi casi il rischio di licenziamento sarebbe stato di fatto la giustificazione quasi implicita per l’applicazione di tale misura. Tale limite al demansionamento, così come gli ormai estinti limiti al licenziamento, ha rappresentato per anni uno di quei diritti dei lavoratori che però oggi risultano scomodi- vista la predominanza del mercato sulla politica- e fortemente incompatibili con l’esigenza di “flessibilità” (leggasi sfruttamento delle masse di lavoratori) dettata dal ricatto delle logiche di mercato europee (o tedesche?).

Il Jobs Act cambia dunque anche il codice civile, prevedendo adesso (nuovo art. 2103 cc) che “in caso di modifica degli assetti organizzativi aziendali che incide sulla posizione del lavoratore, lo stesso può essere assegnato a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore, purché rientranti nella medesima categoria legale”. Peraltro, come spiega bene Marina Crisafi (Studio Cataldi), le ipotesi di demansionamento vengono estese ulteriormente ai contratti collettivi attraverso accordi individuali stipulati dinnanzi apposite commissioni di certificazione in cui, però, il lavoratore avrà solamente il diritto di essere assistito da un rappresentante sindacale, un avvocato o un consulente del lavoratore. A questo punto gli italiani, seppur distratti dal calcio e dalla scusa dei “diritti civili”, dovrebbero porsi seriamente una domanda: a quanto ammonta, in termini etici, il valore una riforma del lavoro che il lavoro stesso lo precarizza, lo impoverisce, lo uccide?