Bisognerà che qualcuno delinei l’attuale senso della democrazia: per chiarirci, una volta di più, quale peso specifico abbia un contraddittorio. Astrattamente, un contraltare d’opposizione dovrebbe essere il fulcro d’ogni sistema pluralistico. Praticamente, una coscienza intellettualmente indipendente e dottrinalmente robusta viene sbugiardata e marginalizzata al limite della sopportazione. E il disdicevole episodio – di cui uno studente catanese si è reso incolpevole protagonista qualche giorno fa – si aggancia ad una pletora di pavide vigliaccate, che la classe dirigente italiana degli ultimi 30 anni ha contribuito a rimpinguare. Perché l’aspetto grottescamente singolare è che ad interrompere la lecita invettiva di un ventenne universitario ci fosse il rettore, divenuto per un pugno di secondi il paracadute di Maria Elena Boschi. La quale, al netto della salvifica raggiera santa che i lacchè dell’informazione prezzolata le pongo attorno all’immacolato capo, è responsabile del Ministero delle Riforme Costituzionali.

Ossia, è accomodata sullo stesso scranno da dove dirige la truculenta mattanza della nostra identità legislativa. Orchestrando, inoltre, e proprio da lì, il dispregio verso chi obiettivamente affronti le dinamiche della realtà con un pragmatico desiderio di cambiamento, sgonfiando la retorica renziana e le fandonie che la pompano. Dall’osservatorio auto-referenziale dell’incantevole (e letale) ministro – con buona pace della Boldrini! -, infatti, anche CasaPound merita una menzione di riguardo. D’altronde, la preoccupazione principale del potere non si assesta nell’articolazione di una ragion d’essere delle proprie disposizioni, ma improvvisa una caccia alle streghe – rigorosamente nere – per rafforzare i mercenari della menzogna ed indebolire i paladini della verità. La Boschi, stavolta, calza proprio la toga dell’inquisitrice, e quel “Il no alle riforme è come CasaPound” assomiglia ad un pretestuoso astio. In quanto, prima del merito, v’è il metodo, che non lascia scampo a fraintendimenti, né ad obiezioni.

La promozione sociale e culturale di Gianluca Iannone e di Simone Di Stefano patrocina una riscoperta del Tricolore che nulla ha in comune con l’arroganza di Renzi e dei suoi vassalli. Il “fascismo del Terzo Millennio” tanto paventando dai sepolcri imbiancati del perbenismo, travalica la palude di inconsistenza delle giacche e delle cravatte di Palazzo Chigi. Affinché la Boschi lo sappia, CasaPound è altro dalle meschine considerazioni da lei rigurgitate, e persino contraddette dallo stile dittatoriale del silenziatore che ha ammutolito il giovane siciliano. CasaPound è anche Heiddger, Jünger, Evola, Marinetti, Pound, Enea, Pareto, Nietzsche: non un’accozzaglia di lugubri bifolchi, appaiati dall’atroce sete di gratuita violenza. Ma quindi, nella purea post-ideologica contemporanea – che ci esige proni e servili alla summa pacchiana del moderatismo da baraccone -, cosa significa essere “fascisti”? Spendersi come Di Stefano nella concreta proposizione di un’alternativa politica che proietti Roma alla difesa del suo millenario territorio e della sua bistrattata comunità? Oppure equivale all’ostracismo della Boschi, che taccia di estremismo chiunque critichi – legittimamente e con argomenti – lo stupro scientemente pianificato alla Costituzione? Probabilmente, alla Maria Elena converrà fare un salto in via Napoleone III: chissà mai, scavando a fondo, non si convinca anch’essa che la cultura non è schierata.