Festa del 1° Maggio, Festa del Lavoro. Cosa c’è da festeggiare? La ricorrenza ha origini nobili, com’era nobile lottare per condizioni di lavoro migliori fra Otto e Novecento. Ma il significato è, e non da oggi, una jattura in sé e per sé. Il lavoro, dicevano gli antichi Greci che a saggezza battevano alla grande noi moderni, è una pena, un fardello, un peso, un male necessario, pur sempre un male. E’ uno strumento che andrebbe trattato da strumento, e non come un valore, idealizzandolo e mettendoci addirittura la maiuscola. Un tempo lavorare forniva perlomeno una coscienza di classe, faceva sentire degna la fatica del lavoro anche all’ultimo degli onesti sfruttati. Il lavoro parcellizzato, precarizzato, senza prospettive, appeso ai capricci del mercato è peggio della schiavitù, che almeno durava. Abbiamo scambiato le punizioni corporali con l’angoscia esistenziale.

Istituiamo piuttosto una festività dedicata all’Ozio. Il lavoro moderno, o post-moderno se fa più figo chiamarlo così (sgobbare da casa davanti ad un pc per una paga da fame non è che sia questo gran progresso), fa pensare in termini economici, di costi/benefici, di perdite/guadagni. Disumanizza, specialmente ora che dipende da tecnologie alienanti e da ritmi parossistici. Il lavoro a dosi massicce ed eretto a senso della vita è una fregatura. Per tutti: poveri e ricchi. Anzi, più per i ricchi e i benestanti, i superlavoratori contenti come citrulli nel passare gli anni a lavorare più di quanto non dormano la notte. Paul Lafargue e Bertrand Russel, teorici dell’ozio, concordano nel fissare la giornata lavorativa ideale a non più di quattro ore. Il lavoro che divora gran parte delle nostre giornate, eretto a ideale tanto dall’imprenditore liberista quanto dal dipendente sinistrorso, non ha nulla di positivo. E’ la forma contemporanea di schiavitù. «L’ignobile epigrafe che sovrastava l’ingresso di vari campi di concentramento e di sterminio nazisti, “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi), non svela in fondo il significato occulto di ogni forma di economia, cioè che il lavoro libera l’uomo fino a farlo morire?» (P. Godard, “Contro il lavoro”, Elètheura, Milano, 2011).

Lavorare meno, lavorare tutti? D’accordo. Ma anche: lavorare meno e vivere di più. Per dirla con Nietzsche in “Aurora”: «In fondo… si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidigia, del desiderio di indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità di energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare». Fermatevi a riflettere e cercate di tradurre la domanda: cosa vi dà gioia? Essere ricchi, possedere tante cose, accumulare esperienze – riempirvi di tutto quanto potete, nella disperata convinzione che domani potreste morire? No. Gioite quando vi accade qualcosa per cui avete lottato, sudato, fatto rinunce sacrificando ciò che è vostro e solo vostro: il tempo. Più tempo abbiamo, più siamo liberi. E’ la disponibilità di un tempo soltanto nostro che determina la possibilità della gioia, del godere la vita. Un tempo di cui sono, nei limiti del possibile, padrone: questa è ciò che si chiama vera vita.