di Alessio Sani

C’è un aforisma, in biologia, meglio noto come legge biogenetica fondamentale, che può forse essere applicato più correttamente alle scienze umane. E’ di Ernst Haeckel, uno dei padri della disciplina, il quale affermò, colto da slancio poetico, che: “l’ontogenesi ricapitola la filogenesi”, intendendo che sia possibile ravvisare nello sviluppo embrionale di un organismo una sorta di riassunto delle grandi tappe dell’evoluzione. Un embrione di pollo, ad esempio, ad un certo stadio di sviluppo assomiglia a un girino, quasi fosse questa una “memoria” della storia dell’evoluzione delle specie.

Chiaramente si trattava di una visione romantica e scientificamente acerba. Tuttavia, la volontà di individuare esemplificazioni su scala ridotta di un fenomeno a cui compete un quadro più vasto è una tentazione grande per storici, economisti, sociologi. Volendo provare ad impersonare Haeckel, nelle nostre ricerche, invece del pollo, dovremmo considerare come oggetto d’indagine l’Italia. Come se fosse un embrione di comoda reperibilità e facile analisi, il nostro Paese si è trovato almeno in un paio di occasioni ad anticipare la Storia su larga scala.

Nel Milletrecento, l’Italia comunale dominava la scena economica mediterranea. Non era un Mare Nostrum a livello militare o politico, ma non vi era porto di una qualche importanza nel quale non si trovassero marinai e mercanti fiorentini, genovesi, veneziani. In un certo senso, si può affermare che gli italiani del Trecento fecero nel Mediterraneo quello che gli Europei del Nord avrebbero fatto nell’Atlantico un paio di secoli dopo. Molte dinamiche, almeno nei loro fattori chiave, si svolsero in maniera paragonabile. La nascita e lo sviluppo di sistemi di credito sempre più complessi (adeguati alla mole di investimenti necessaria), l’invenzione di nuovi strumenti finanziari, le modalità di sviluppo delle rotte commerciali. Anche l’intensa attività di produzione culturale che si accompagnò alla prosperità economica si sarebbe trasferita e riprodotta sulla Manica, in quello che Carlo Cipolla definì come “il ribaltamento dell’equilibrio intra-europeo”.

Questo non è il solo esempio. Anche in un altro caso la Storia d’Italia sembra anticipare in piccolo un fenomeno più ampio e tardivo, ma simile nelle sue caratteristiche base e nelle sue direttrici di sviluppo. L’Unità fu il processo di integrazione tra due macro-aree economiche strutturalmente differenti. Il Nord era forte, il Sud debole. I risultati sono noti, l’asimmetria si è cronicizzata, ha trovato un suo “equilibrio nello squilibrio”. Lo stesso sta avvenendo col processo di integrazione europeo e, di nuovo, le dinamiche sono simili. Cosa succede quando un Paese forte si unisce con uno debole? Semplice, che quello forte se lo mangia. Venendo meno la barriera-salvagente costituita dal confine, con tutto ciò che questo implica, (cioè dazi e difficoltà di approvvigionamento, necessità di cambio-valuta, differenze culturali, deficit di collegamenti e infrastrutture) le merci del paese forte, più competitive, invadono il paese debole. A quel punto l’economia già precaria del Sud, che veniva tenuta in vita dal protezionismo e dallo Stato, si trovo in grande difficoltà e divento il “grande mercato” del Nord. Solo una parte delle aziende sopravvisse. I servizi e le infrastrutture, in grave ritardo, non favorirono gli investimenti. Il credito non resse l’urto, la disoccupazione e la povertà aumentarono e l’emigrazione divenne una piaga sociale.

Nel tempo chiaramente le cose sono migliorate in termini assoluti, ma non i termini relativi. Che il livello medio di vita sia salito ovunque nessuno lo mette in dubbio. Tuttavia, il Sud continua ad essere un’area economica depressa, che paga un ritardo infrastrutturale pesante e continua ad essere afflitto dall’emigrazione dei suoi elementi migliori. La situazione si è cronicizzata nella sua asimmetria. Mercato per il Nord, in vita grazie ai trasferimenti dal Nord.Chiaramente la realtà è molto più complessa e le semplificazioni non possono appartenere alla scienza, ma questo modello qualche indicazione su cosa stia succedendo a livello europeo può darla. Stiamo diventando il Sud di un Nord, l’area depressa che fa da mercato a debito per l’area ricca, il bacino di riserva di manodopera e quadri industriali.

L’ultima cosa che manca, a completare il quadro e necessaria a far funzionare il sistema, stabilizzandolo nel suo disequilibrio, sono i trasferimenti. A questo serve la proposta di Pier Carlo Padoan all’Ecofin di questi giorni. E’ un piccolo passo in questo senso, verso gli Stati Uniti d’Europa, che come ogni macro-area economica sono destinati ad avere un Nord ed un Sud, aree avanzate ed aree depresse. Il Nord è il centro, il Sud la periferia, il Nord produce e guadagna, il Sud si indebita e arranca.

Certo, nell’immediato pare una buona scelta, ossigeno per i nostri conti, e il pensiero unico non mancherà di presentarla come una proposta “di sinistra” e dunque intrinsecamente buona e giusta. In realtà non è una proposta di sinistra, è semplicemente una resa.