Appena tramonta il sole, resta solo qualche lampione ad illuminare il porto di Bari, a pochi passi dalla città vecchia. E proprio da  qui è transitato lo scorso agosto Salah Abdeslam, uno degli attentatori di Parigi, attualmente ricercato dalle polizie di mezzo mondo. Salah si reca per la prima volta nel capoluogo pugliese l’1 agosto per imbarcarsi su un traghetto diretto a Patrasso. Dopo qualche giorno, il 5 agosto, ritorna a Bari in compagnia di un amico belga. La Polizia li fa passare entrambi perché muniti di regolare documento.

Bari è la principale città italiana che guarda verso il Medio Oriente, e il suo porto è la via prediletta per coloro che intendono giungere, attraversando il Mediterraneo, ai Balcani, in Turchia o in addirittura in Siria. E dopo i tristi avvenimenti di Parigi proprio su questa città dovrebbero essere puntati i riflettori del Ministero degli Interni, intensificando i controlli, incrementando il personale di polizia. Però, così non è. Al porto si è alzato il livello d’allerta, ma il personale non è assolutamente aumentato, anzi. A Bari, secondo quanto scritto dal Corriere del Mezzogiorno, arriveranno nei prossimi giorni solo 12 nuovi agenti, e nessuno di questi sarà destinato alla Polizia di frontiera.

Noi siamo stati nell’area portuale per verificare la situazione. All’ingresso due guardie giurate ci scrutano. Accediamo tranquillamente alle banchine, senza che ci venga chiesto nulla. Facciamo qualche passo. Turisti appena scesi da una crociera si guardano intorno, smarriti. Non si vedono grandi indicazioni per uscire dall’area. Ad un centinaio di metri il gate per gli imbarchi si riflette sul mare. E proprio da questo edificio è transitato Salah. Entriamo nella struttura; nessun controllo all’ingresso. Una decina di persone attende il proprio turno per partire. La maggior parte di loro sono uomini, alcuni dell’Est Europa, moltissimi maghrebini. Un bambino gioca sulle panche di ferro, solo.  A breve tutti loro dovranno attraversare i gabbiotti della polizia di stato, per il controllo dei documenti, prima dell’imbarco. C’è chi andrà in Grecia, chi in Albania. Una guardia giurata, annoiata, assiste alla scena.

Gli uomini delle forze dell’ordine all’interno dell’area portuale non sembrano essere aumentati rispetto a qualche mese fa. E proprio mercoledì scorso la Prefettura di Bari ha ospitato il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, durante il quale si è parlato della situazione del porto. Risultato: aumento dell’allerta ma nessun aiuto (in termini di personale) dal Ministero.

Eppure Bari e il suo porto erano già conosciuti dalla magistratura come crocevia per foreign fighters. Infatti nel novembre del 2008 lì furono arrestati Raphael Marcel Frederic Gendron e Bassam Ayachi, quest’ultimo imam della moschea di Molenbeek,  città belga dalla quale provenivano molti dei terroristi di Parigi. Entrambi furono rilasciati dopo una controversa vicenda giudiziaria. Ed anche i servizi segreti danesi, secondo quanto scritto tempo fa dal quotidiano Politiken, erano a conoscenza del fatto che molti aspiranti jihadisti passassero dal capoluogo pugliese per arrivare in Siria, e soprattutto sapevano che il sistema di sicurezza nell’area portuale  barese fosse alquanto vulnerabile.

“Per quanto riguarda l’emergenza terrorismo bisogna assolutamente aumentare il personale – ha dichiarato a L’Intellettuale Dissidente Rocco Caliandro, segretario regionale Ugl Puglia –Polizia di Stato, che continua – gli agenti devono avere strumenti tecnici utili per controllare tutte le persone in transito  dal porto. Soprattutto affinchè il controllo venga fatto in maniera accurata. Inoltre è necessario che tutte le informazioni e le banche dati in possesso di altri Stati siano conosciute anche da noi, così che possiamo sapere da dove una persona è partita e cosa è venuta a fare in Italia.” Ora la palla passa al Ministero di Alfano.