di Alessandro Procacci

“Vaffanculo alla maggioranza”, diceva il celebre comico Roberto Benigni nel famoso film “il mostro”, proponendosi come alternativa al truffaldino amministratore di condominio appena eletto ed è un po’ quello che è avvenuto in alcune regioni, Veneto in testa, alle ultime elezioni regionali.

Quello che sta succedendo è che gli elettori, non capendo più cosa stia effettivamente accadendo sulla scena politica e non sentendosi più rappresentati dagli attori politici in generale, li mandano a “quel paese”, aumentando così l’astensionismo in maniera vertiginosa (quasi 40% in alcune zone). Un altro fenomeno interessante che si è verificato è il travaso di voti in uscita da “un partito del 41%” alle scorse europee verso partiti anche di fazione opposta in alcuni ambiti locali. Le cause di ciò sono variegate.

La prima- che riguarda il caso della regione Veneta- è una sorta di premio all’amministrazione Zaia, giudicata una esperienza positiva e, quindi, rieletta con ampissimo consenso (più del 50%). La seconda motivazione è da ricercarsi nella disgregazione interna dei sistemi di partito e, in particolare, è possibile riconoscere una doppia spaccatura: una a destra e una a sinistra. In Liguria c’è stata una candidatura sostenuta dal partito democratico (Paita) ed una sostenuta dall’area più radicale della sinistra (Pastorino), a seguito dello “strappo” finale dato da Pippo Civati al partito di governo. Se si aggiunge una candidatura di rilievo rappresentante l’area del centro destra, Giovanni Toti, e l’assenza storica di influenza del leghismo, si può ben intendere il perché la scelta moderata di Berlusconi sia risultata quella vincente. Il caso più interessante resta, tuttavia, la frammentazione in atto nell’area destra dell’arena politica. Per esempio in Veneto Tosi ha fondato una sua lista che ha, seppur solo a livello locale, ottenuto una fetta di voti che ammonta quasi al 12%.

I motivi di frizione interna della destra, però, non si esauriscono a livello locale ma riescono a persistere perfino nelle zone più alte del potere e si incarnano in una nuvola di partiti sempre più eterogenei tra di loro (Forza Italia, Nuovo Centro Destra, Lega Nord, Lista Fitto, destre radicali ecc.) e che non sono più in grado di riuscire a fare blocco compatto e offrire una posizione alternativa a quella degli avversari. In mezzo a questo mare di pareri contrastanti ognuno cerca di affermare il proprio sugli altri e, spesso, i risultati sono deludenti, eccezion fatta per Matteo Salvini. Il leader leghista sta, infatti, conquistando sempre più consensi in diverse zone d’italia e potrebbe essere anche per quello che ovunque la Lega Nord si sia presentata abbia riscosso successi o consensi elettorali di entità “dignitosa” e, se si tiene in considerazione  l’esasperazione e il malcontento imperanti, non è così tanto irragionevole pensare che proprio il “Matteo di destra”, come è stato definito, possa diventare il prossimo punto di riferimento di tutta l’area politica che sta sempre più, gravitando intorno a lui.

Il terzo, ed ultimo, motivo tra i principali è la diversità di interessi dal livello nazionale rispetto a quello locale. Non è irrazionale pensare che chi ha votato il PD in Europa possa votare, magari, NCD nella sua regione, proprio perché i temi trattati sono profondamente diversi e poi non è di certo una cosa nuova: chi votò monarchia al referendum si espresse a favore della DC per la costituente!