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La storia di Paperon de’ Paperoni è esemplare, sembra rappresentare il simbolo ereditario della generazione figlia della prima metà circa del ‘900: è la storia di chi, con tracotante ego da sacrificatore, ostenta una ricchezza racimolata nel tempo. È colui che osserva, con tono ciarliero e intollerante, la scalata sociale dei nuovi paperoni, che arrancano a stento l’ideale di arrampicarsi sugli specchi in frantumi del potere. Chi sono questi ultimi? Chi sono gli eredi del caro “Zio Paperone”? Eccoli: la tanto decantata “generazione Telemaco”, quella dei figli pronti a compiere il proprio viaggio. Di cosa stiamo parlando? Del mito delirante del nostro tempo: l’esistenza di tale famigerata “nuova” generazione che, in realtà, forte dell’aver mutuato l’immagine sbiadita dei padri della “vecchia scuola”, si muove a stento nel palco politico e sociale odierno, avanzando spettacoli ridicoli anche agli occhi dei loro stessi ideali. Questi ultimi sono, invero, la loro spalla e i loro peggiori nemici.

1 - Paperon de' Paperoni

Duck (anatra) assume, in lingua inglese, anche un significato conforme alle usanze del nostro sistema politico: piegare la testa. Ed ecco che “Duck or Lust”, presente nell’immagine di copertina, acquista un significato squisitamente nostrano

Andiamo con ordine e scegliamo un’esemplare lampante delle nuove classi direttive del panorama italiano: Matteo Renzi. Si è parlato, scritto e descritto, attaccato e difeso a spada tratta l’ex presidente del consiglio: l’uomo del Sì al cambiamento. Ma, giacché se ne è già abusato, sarà meglio sottrarsi dal fare ironia. Potremmo, parlando del suo dibattito con Ciriaco De Mita, concludere qui, ma noi vogliamo esaminare a fondo la questione. Come fare? Partiremo, con la storia dalla nostra parte, dal punto di vista dello scrittore francese Alphonse Karr:

«Più si cambia, più è la stessa cosa»

Difatti, analizzando il percorso politico di colui che un tempo era il “figlioccio” di De Mita, potremmo notare una sorta di legame dinastico che lega l’uno all’altro. Matteo Renzi, figlio d’arte democristiana, si è formato politicamente tra le fila del Partito Popolare Italiano (PPI), già caduto per mano fascista e fatto rinascere in qualità di nuova frontiera democratica dall’ex segretario della Democrazia Cristiana (DC) Martinazzoli. Il PPI andrà a confluire nella Margherita di Rutelli che, con lo scopo di una rinascita moderata, darà vita al Partito Democratico Europeo – insieme al democristiano francese Bayrou – e sarà uno dei fondatori dell’attuale PD italiano, da cui fuggirà paventandone un approdo al socialismo: temeva una deriva sinistroide e, per questo motivo, supportato da figure ex democristiane come Tabacci (poi sostenitore di Renzi) e Dellai, fonderà Alleanza per l’Italia (ApI).

2 - Renzi-De MIta

«Tu quoque, Renzi, fili mi»: ecco la sintesi di due generazioni

Il caso ha voluto che, nel suo lungo percorso politico, l’”uomo dal doppio incarico” Ciriaco De Mita, come Renzi ex presidente del consiglio e, al contempo, segretario di partito, è migrato dalla DC verso il PPI – da cui, come detto, è nato politicamente Renzi –, per poi passare dall’Ulivo-Margherita, di cui sempre Renzi è stato segretario provinciale, per poi giungere all’UDC, che, sotto la guida del presidente dell’Internazionale Democristiana Pier Ferdinando Casini, mirerà in vano di riportare in auge uno dei più forti partiti della storia italiana. Ci troviamo dinanzi ad un “eterno ritorno dell’uguale”, potremmo affermare con tono stizzito ed irriverente. D’altronde, l’attuale classe politica, che rappresenta un ibrido, si compone delle più svariate figure: De Luca, ex segretario provinciale del PCI, Mattarella che, come molti, ha seguito il lineare e “dovuto” percorso DC-Margherita-PD e – come non citarlo – il “nobile” Gentiloni che, passato dalla causa operaia a quella ecologica dirigendo La Nuova Ecologia, è stato anch’egli figlio adottivo del già citato traghettatore politico Rutelli. Ci troviamo, a seguito da tale disquisizione, difronte ad un animale mitologico: la Bestia di Renzfield. Questa, come l’originale Bestia di Enfield, si compone di più parti: testa di Gentiloni, zampe di Renzi, busto di Mattarella, corpo di Rutelli e della tradizione democratico-cristiana e, avendolo citato, posteriori di De Luca. Quest’ultimo, non ce ne voglia, ha meritato, grazie ad alcune posizioni fin troppo “coerenti” con la sua carica, la posizione assegnatagli.

«Perché la letteratura si è sempre inventata figure immaginarie, gente immortale […] e non ha mai pensato ad una saga sui democristiani? […] Tra l’altro, i democristiani sono come i Rotoloni Regina: non finiscono mai»

Asseveriamo allora, con fare “senile”, come, in fondo, la vita sia breve: “cent’anni di storia passano in un attimo”. Se ce ne fosse bisogno, potremmo avvalorare maggiormente la nostra tesi mediante due ulteriori esempi. Il primo esempio è rappresentato dal susseguirsi delle leggi elettorali, che dal post-fascismo all’Italicum – passando per la Legge Minotauro-Mattarellum e, ancora, per il Porcellum – ha rappresentato un’altalenante cantilena, quasi fosse una filastrocca infantile: proporzionale o non proporzionale, maggioritario o non maggioritario, oppure, come quando ci si adopera per far contenti i bambini, un po’ l’uno ed un po’ l’altro, credendo di inglobare così il diritto alla “volontà comune” su cui dovrebbe basarsi una comunità realmente democratica.

L’altro esempio concerne l’Italia dei compromessi storici e del consociativismo, l’Italia frammentata che, attraverso patti ed alleanza improbabili, ha provato in più occasioni a far nascere svariati governi di “scopo”; ma, d’altronde, di scopo è anche la nostra Costituzione. Di conseguenza, ricordiamo le vicende controverse degli anni ’70, con il PCI di Berlinguer in ondivago ripiegamento nei confronti del governo democristiano: la scelta riformista e la “via italiana al socialismo” incontravano le contraddizioni tra responsabilità nazionale e conflitti diffusi in atto. Il “compromesso storico” sarà il fantasma della sinistra italiana post-comunista e di quella generazione con la vocazione alla convivenza forzata.

©LaPresse Archivio Storico Politica 03-05-1977 Roma Nella foto: Luigi Berlinguer e Aldo Moro

Enrico Berlinguer, in un intervista a cura di Eugenio Scalfari svolta per La Repubblica, afferma: «Se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. […] Molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi […] o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più» ©LaPresse

Pensiamo, ad esempio, al Patto del Nazareno, le cui conseguenze sono ancora oggi visibili tramite l’osservazione dell’attuale gruppo parlamentare che, per adoperare un gergo comune all’ex premier, ha assunto la parvenza di una vera e propria “accozzaglia”. Dunque, per darne dimostrazione: Alfano, partito come esponente del Movimento giovanile DC (di cui Andreotti fu il primo segretario) oggi ministro degli esteri, si è trovato a sedere al fianco di Roberta Pinotti, che ha aderito al partito democratico dopo essere stata consigliera con il PCI. Non possiamo, però, tralasciare la figura di Denis Verdini che, con una magia opportunistica, si è trovato prima tra le fila della maggioranza appoggiando la riforma costituzionale renziana e distanziandosi da Berlusconi, poi, con l’entrata in campo di Gentiloni (su cui il Renzi-maker “auspicato” da Crozza ha avuto, purtroppo, i suoi effetti nefasti), ha perso la posizione acquisita a suon di voti e, come gli infanti privati del seno della madre da dilaniare, non ha votato la fiducia all’entrante premier, affermando che: 

«Il Paese ha bisogno di un governo nella pienezza delle sue funzioni»

Così – affermiamo noi – da dargli le “certezze” richieste.

 Ecco le identità perdute del nostro secolo. Queste, riportando in auge script nazionalisti, mostrano come in fondo le masse, anche a discapito di anni, tendono a mantenere viva la loro natura de-soggettivizzante in favore di un unica entità gruppale mossa dalla sola violenza

E i “veri” giovani? I “paperini”? Essi, frammentati in sterminate minoranze, si muovono lungo il continuum “intergenerazionale-estremista”, in cerca di un’identità che stentano a trovare. Allora, tra l’indifferenza di alcuni alla politica che, come per i gruppi estremisti, è sinonimo della dilagante ignoranza-indifferenza, troviamo l’opportunismo di altri che, come i Giovani Democratici, mentre lottano con calci e pugni – e non è una metafora, basta guardare quanto accaduto per le elezioni regionali –, navigano nell’oro del familismo, ostentando ricchezza e mostrando sfacciatamente l’opportunismo dal sapore democristiano che, ancora, caratterizza parte della gioventù nostrana. La storia sembra non aver riservato alcun insegnamento né agli uni, né tantomeno agli altri. Pensiamo ai gruppi neofascisti, oppure ai cosiddetti “rosso-bruni” o nazi-maoisti: si, esistono davvero e sono molteplici. Alcuni di questi gruppi si caratterizza per spiccate tendenze alla violenza (pensiamo a CasaPound), altri ancora sembrano vittime di una “forclusione” psicotica che li porta a rinnegare la realtà dell’Olocausto e, in generale, la maggior parte di essi vive un paradosso “bipolare” che oscilla tra l’auspicio monarchico dello stato sovrano (non a caso alcuni gruppi si definiscono “sovranisti”) e il delirio populista.

Mentre i Giovani Democratici (GD) di Napoli e di altri centri rinforzavano il loro “curriculum” per un posto in parlamento, durante lo stesso periodo veniva eletto segretario dei GD Val di Magra il nipote di un boss della ’ndrangheta

L’Italia risulta essere un Paese vittima di un paradosso inestinguibile, di un ossimoro costituzionale, di un’agghiacciante stagnamento politico e sociale. Vittime della globalizzazione e della social-libertà, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio sisma intergenerazionale. Proviamo a sintetizzare e, scomponendo tale progenie, affermiamo di trovarci dinanzi a tre generazioni: quella dei “vecchi” despoti che, seguendo il dogma del “dare per ricevere”, ha minato le possibilità di differenti articolazioni politiche e, insieme, sociali; quella della generazione “intermedia”, spacciata per giovane e schiacciata dall’autoritarismo paternale e dal terremoto informatico-giovanile; quella dei “veri” giovani che, in qualità di nuova Lost Generation, appaiono condannati a restare vittima della facilmente raggiungibile e svenduta “ignoranza in pillole”. I giovani, che dovrebbe realmente rappresentare la tanto decantata “generazione Telemaco”, risultano essere maggiormente conformi a quella che potremmo definire come “generazione Ippolito”.

Quest’ultima figura, tratta dall’Ippolito di Euripide, morì per mano del padre Teseo, il quale invocò, per tale ignobile atto, l’aiuto di Poseidone, credendo che il figlio volesse prendere il suo posto al fianco della moglie Fedra, morta suicida a seguito di un rifiuto alle sue avance da parte dello stesso Ippolito. Traduciamo: Teseo, attuale detentore del potere, impaurito dell’avanzata della “nuova generazione” – di cui Ippolito, figura rigidamente ferma su posizioni “ancestrali”, è il rappresentante –, invoca l’aiuto dell’antico potere divino per fermare tale apparente avanzata. Questo è il dramma generazionale che vive la nostra democrazia liberale, in cui però, rispetto al mito appena descritto, il potere esecutivo e quello legislativo si invertono: agli “intermedi” spetta il primo e ai “vecchi” il secondo, anche quando tali vecchi sono gli stessi giovani quarantenni al potere. E ai “veri” giovani cosa spetta? A quanto pare, solo l’illusoria speranza di abitare in un mondo che viene venduto come libero, però di terza mano: un “usato garantito”.

Quanto affermato ci costringe a fare i conti con due elementi contestualmente fondamentali: l’eredità, abusata da taluni, e, legata ad essa, la generatività. L’eredità – che non è, ovviamente, quella economica – è ciò che, come descrittoci da Derrida:

«Istituisce la nostra singolarità a partire da un altro che ci precede e il cui passato resta irriducibile»

La generatività, invece, è un concetto che lo psicologo Erik Erikson introduce nello studio dello sviluppo dell’individuo, descrivendola come il sentimento che, sul piano sociale, porta le vecchie generazioni ad impegnarsi nella crescita e nello sviluppo delle generazioni successive. Per fortuna, ci verrebbe da dire con ilarità. Difatti, il lascito delle precedenti generazioni, così come l’impegno di queste verso quelle “future”, non è certamente stato dei più “efficaci”. È così che, personalità come quella di Matteo Renzi, si sono trovate cariche delle aspettative dispotiche del potere. Questo è il lascito di un passato che, apparentemente tornato in auge, ha distrutto le nostre possibilità di costruire un futuro differente. Al contempo, con fare goliardico, le figure come quella dell’ex premier, orfane di identificazioni coerenti con le rivoluzioni informatiche del secolo XXI, hanno dovuto conformarsi, con necessità, agli odierni format comunicativi ed “estetici”. Vediamo allora, in sella a scooter o con giacche in pelle, figure istituzionali che, con gli strumenti social del momento, cercano di giustificare scelte coerenti più con l’autocrazia novecentesca che con le reali necessità di oggigiorno.