La tanto discussa notizia delle ultime settimane, riguardante l’imminente costituzione dei verdiniani in gruppo autonomo alla Camera, ha riportato nuovamente all’attenzione dell’opinione pubblica il principio del divieto di mandato imperativo, o divieto di vincolo di mandato. Di fronte alla continua transumanza di deputati e senatori da un lato all’altro di un emiciclo parlamentare che sembra sempre di più un vero e proprio mercato delle vacche, non ci si può infatti non interrogare sulla perdurante validità oggi di un simile istituto, se esso abbia ancora un senso o meno nella società odierna.

Principio risalente agli albori del costituzionalismo moderno, teorizzato per la prima volta da Burke già nel ‘700 e poi consacrato con la Rivoluzione Francese, il divieto di mandato imperativo stabilisce, per usare le parole della Costituzione rivoluzionaria del 1791, che ”I rappresentanti eletti […] saranno rappresentanti […] della nazione intera, e non potrà essere conferito loro alcun mandato”. In altre parole in base a esso gli eletti in un’assemblea rappresentativa godono della più larga autonomia in ordine alle posizioni politiche da assumere durante il mandato, sia nei confronti del corpo elettorale che nei confronti degli stessi partiti nelle cui fila essi vengono eletti, dovendo esercitare il loro incarico appunto in rappresentanza della nazione, e di nessun altro. Tale principio è espressamente enunciato anche nella nostra Costituzione, nell’unico comma dell’articolo 67.

I principi altisonanti del costituzionalismo, raccolti negli imponenti trattati di diritto pubblico, sono certamente piacevole esercizio e ottimo pane per qualsiasi esegeta giuridico. Ma la domanda estremamente pragmatica che davanti all’articolo 67 si pone l’uomo qualunque, che di diritto pubblico non ne sa e (giustamente) non ne vuole sapere niente, è invece la seguente: perché qualcuno dovrebbe recarsi alle urne e votare, ammettiamo, Forza Italia, in quanto convinto del programma politico di tale partito e fortemente contrario alle proposte del PD, sapendo che poi i parlamentari eletti anche grazie al suo voto se un giorno lo riterranno opportuno, in virtù del libero mandato, potranno tranquillamente alzare i tacchi e confluire nel PD, senza dover rinunciare alla loro poltrona? In questi termini il divieto di vincolo di mandato non può che apparire all’elettorato medio come l’ennesimo destro offerto ai nostri parlamentari per restare solennemente incollati alle proprie poltrone senza dover rispondere delle proprie azioni.

Il caso vuole poi che in Italia gli eletti non rispondano delle eventuali posizioni assunte in difformità da quanto dichiarato in campagna elettorale nemmeno nell’unica sede in cui potrebbero risponderne: la tornata elettorale successiva. Difatti qualora gli elettori dovessero sentirsi traditi dai troppi voltafaccia del parlamentare da loro votato, potrebbero benissimo non riconfermargli il voto alle elezioni successive. Invece con la nostra legge elettorale (incostituzionale), grazie alle ormai arcinote liste bloccate, che a quanto pare rivedremo anche nell’Italicum, i cittadini non hanno nessun modo di confermare o negare il mandato al deputato o senatore che durante la legislatura si sia rivelato un po’troppo ballerino. La situazione attuale vede onorevoli che trasmigrano in continuazione da un gruppo all’altro, ne fondano di nuovi, si costituiscono in minoranze e maggioranze intrapartitiche inesistenti al momento delle elezioni, il tutto nella più totale impunità. L’importante è che il parlamentare abbia il favore delle segreterie di partito, le quali provvederanno a porlo in posizione di favore all’interno delle liste, così da riconfermarlo.

Oltre a questo, la questione va rapportata alle dimensioni delle diverse società. Se osserviamo bene la dinamica del principio di libero mandato, si ragiona come se l’elettore investisse l’eletto di un mandato ad personam, in virtù delle qualità personali e morali dello stesso, come a dire: “Ti eleggo poiché ti conosco e mi fido di te. Qualsiasi decisione prenderai so che sarà quella giusta, hai libero mandato”. In una società di 60 milioni di persone come quella italiana è però materialmente impossibile che ogni elettore abbia un rapporto talmente stretto con il candidato da potersi intendere il mandato conferito personalmente all’eletto; bensì le dimensioni delle circoscrizioni e della popolazione delle stesse inducono a pensare che il mandato oggi vada senza ombra di dubbio al partito e alle idee di cui esso si fa portatore, partito rappresentato in quella particolare circoscrizione dal candidato X, del quale è lecito non sapere nulla. Forse in una società ideale, simile alla πόλις (polis) greca, in cui ognuno conosce personalmente ciascun candidato alla rappresentanza politica, il divieto di mandato imperativo troverebbe la sua dimensione, e avrebbe valore l’affermazione di cui sopra. Qui infatti certamente il mandato elettorale sarebbe conferito in misura preponderante all’uomo, al quale andrebbe un incarico personale e di fiducia, e solo in seconda istanza al partito di cui egli fa parte. Ma parliamo di utopia.

In ragione di ciò, in una società sempre più ampia, aperta e spersonalizzata, in cui l’opinione pubblica è in grado di percepire e recepire non le virtù personali del candidato X, ma solo i programmi elettorali dei vari partiti, è ancora accettabile mantenere in vita un istituto del genere, che nella prassi oramai non fa altro che degenerare puntualmente nel più becero trasformismo e opportunismo politico? O sarebbe bene abbandonare i solenni e inamidati principi, e in virtù del pragmatismo stabilire in capo a chi non si senta più in sintonia con i programmi del proprio partito e con le promesse fatte in campagna elettorale un obbligo tassativo di rimettere il mandato? Ne deriverebbe davvero un così grave pregiudizio per la democrazia? Chissà. Per Renzi sicuramente.