La creatura dell’artista genovese e del defunto Gianroberto Casaleggio ha una fisionomia tutta particolare, anzi unica nel panorama mondiale: una rete di gruppi civici locali (meetup), rifugio per delusi da destra e sinistra o giovani neo-attivisti, accomunati dalla condivisione dei temi e delle idee veicolate – da sempre necessariamente dall’alto –  nel blog gestito dai fondatori. Questo lo schema di base, rimasto invariato negli anni e anzi, specie dopo le prime tragicomiche esperienze nelle amministrazioni e alle Camere (gaffes, autogoal, personalismi, clamorosi fraintendimenti, furbizie eccetera), irrigidito nell’organizzazione dello “staff” centrale, dei direttorii e dei responsabili comunicazione, che controllano, non di rado male, i gruppi parlamentari e la periferia di Comuni e Regioni. La democrazia diretta sognata praticamente fin dagli albori da coloro che sono via via fuoriusciti c’è stata, e c’è, ma solo all’interno dei meetup, e spesso, per non dire sempre, si traduce in uno scomposto e litigioso caos, visto che mancano chiari denominatori comuni ideologici ed è assente una gerarchia. Eccetto, appunto, per il potere straordinario in capo a Grillo e al suo Rasputin (oggi reincarnatosi nel figlio), che si è materializzato in casi eccezionali, gravi, là dove le guerre intestine non trovavano conciliazione da sé, intervenendo ex post, come assise d’ultima e insindacabile istanza. Anarchia in basso, dittatura in alto. Dittatura nel senso originario e romano del termine: potestà di decidere in modo assoluto in frangenti emergenziali e circoscritti. E’ precisamente questo il significato della parola “garante” che Grillo attribuisce a sè stesso.

E non può essere altrimenti, dato che la scelta del vertice è di non strutturare il movimento come un partito, con congressi ed elezioni, neppure secondo il metodo  del “centralismo democratico” di leninista memoria (una volta eletti i vari livelli con relativa linea politica, tutti all’unisono seguono gli uni e l’altra, senza libertà di dissenso). Dal punto di vista strettamente interno, Grillo non ha commesso alcun abuso, ma è stato semplicemente coerente con il meccanismo di fondo che fin dagli inizi ha caratterizzato i 5 Stelle. Tutti quelli che hanno dissentito invocando quella cretinata casaleggista dell’”uno vale uno” lo hanno fatto perché Grillo e Casaleggio hanno basato la loro scarna e ancora magmatica visione sull’equivoco della democrazia integrale. Rectius: da un lato, in cima alle priorità per cambiare le istituzioni mettono la democrazia referendaria, dall’altro sono giocoforza costretti a non applicarla fra le loro file, ostinati nel non voler passare alla forma-partito. Col che, si negano da soli il metter le mani al loro vero enorme limite: l’ormai grottesca inadeguatezza nella formazione e selezione dei candidati e dei rappresentanti. Diciamo meglio: l’inesistenza di qualsiasi criterio serio, e addirittura l’ostilità verso uno sbocco che dovrebbe essere fisiologico, dal momento che il M5S è dato ormai come prima forza politica italiana.

Temono di perdere lo scettro, Grillo e Casaleggio? Certamente un po’ li si capisce, di fronte ai Pizzarotti e agli altri ex grillini: bravissime persone, magari ottimi amministratori, presumiamo tutti sicuramente in buonafede, ma che non avevano capito che un soggetto politico radicale – si badi: radicale, non rivoluzionario, al massimo, e con molta benevolenza, proto-rivoluzionario – alle origini basato sul carisma di un capo, popolato da gente di ogni provenienza, il cui unico legame è un portale web che detta l’agenda, non poteva essere democratico dalla testa ai piedi. Perché altrimenti sarebbe diventato prima o poi un partito, il che è uno (a questo punto stupido) tabù del grillo-casaleggismo. La democrazia diretta su ogni decisione non è fattibile, come sanno persino gli svizzeri. Semmai è possibile un mix di diretta e delegata: qualcuno che agisce tempestivamente, studiando strategie e tattiche, servendosi di competenze specifiche, ci vuole. E’ la legge ferrea dell’oligarchia di Michels, che vale per tutti comunque. Anche votando elettronicamente sul programma Rousseau.

Né un’impossibile democrazia totale, né un normale partito correntizio: per i grillos ci vorrebbe la cura Lenin. Tagliando gradualmente il cordone ombelicale, specie con quell’ambiguo aziendalismo dinastico che sono i Casaleggio’s. Dopotutto, con Di Maio candidato premier in pectore, non siamo alla rivincita della famosa cuoca leniniana?  E alla fin fine, per chi lotta per un futuro diverso, remoto o vicino che sia, non si deve in ogni caso desiderare che l’opera sanamente destabilizzatrice del Movimento 5 Stelle, sebbene parziale e difettosa, continui nel presente, nell’immaginario collettivo come nell’agone mainstream?