La Liberazione ha costituito da sempre un evento di grande portata per innumerevoli formazioni partitiche, le quali ripongono la propria origine culturale nei pilastri della cosiddetta Repubblica. Si tratta di un evento che viene salutato ancora oggi da numerosi esponenti politici come una “celebrazione della democrazia”. Tuttavia, il tempo è trascorso: il 25 Aprile è così potuto diventare, nel corso dei decenni, una ricorrenza quasi gradita ad esponenti della sinistra democristiana come agli alleati, Stati Uniti e Regno Unito in particolare. Questi ultimi non hanno liberato il Paese per semplice amore della libertà, ma perché uno stato libero e influenzabile, politicamente ed economicamente, era pur sempre gradito. La speranza di molti combattenti era, contrariamente a quelle anglosassoni, l’alba di una nuova era socialista per l’Italia.

Inizialmente, è innegabile che l’anniversario della Resistenza abbia costituito un evento di rilevanza morale, in quei tempi ancora arricchito dall’esperienza di coloro che avevano vissuto in prima persona l’esperienza della guerra: i partigiani sono stati eretti a simbolo del drammatico vissuto del periodo bellico. Al di là della personale appartenenza politica, ogni cittadino italiano aveva sviluppato un alto livello di empatia nei confronti di chi celebrava la fine delle sofferenze comuni, in particolare, coloro che si riconoscevano nella tradizione marxista del Partito Comunista Italiano. Le generazioni successive dei dirigenti “rossi”, gli uomini del dopoguerra, crebbero con una visione ben diversa rispetto ai propri predecessori: una visione più pragmatica e strumentalizzatrice della politica, decisamente meno ancorata al sentimento ideologico e ai valori. Si tratta della cosiddetta generazione della Bolognina, ovvero coloro che già dagli anni ‘70/80, sotto le maschere pseudo-rivoluzionarie, preparavano la nota “svolta” del PCI e che tuttavia continuavano a “onorare” le bandiere rosse. Fra loro figurano D’Alema, Prodi, Fassino, Bersani et similia. Essi erano ancora tesi ad attaccare anacronisticamente un autoritarismo (quello fascista) ormai trascorso, per favorire l’avvento di uno nuovo, l’attuale tirannia finanziaria. Questi personaggi hanno in qualche modo annacquato i contenuti della cosiddetta “Sinistra”, privandola della carica teorica marxista e ideologicamente combattiva che la caratterizzava. Gli ambienti legati tradizionalmente alla storia del PCI e della Resistenza hanno assunto un atteggiamento ambivalente di fronte a questa deriva, da un lato criticando gli esponenti del centro-sinistra, definendoli culturalmente distanti, dall’altro rassegnandosi e appoggiando gli stessi, i quali, nella propria legittimazione, godono ancora dei residui pseudo-identitari di un comunismo oramai ridotto ai minimi termini.

Nonostante le maschere sovietiche dei liberaldemocratici siano state gettate via da tempo, la “sinistra” del PD, con simpatizzanti & co., ribadiscono la propria appartenenza a quella Resistenza, fomentando residuali militanti di sinistra ad aizzarsi contro gli ultimi nostalgici del Duce rimasti. Un’ottima strategia, questa, per dividere i cittadini sulla base delle divergenze d’opinione in merito a una dicotomia, (comunismo/fascismo), sempre più priva di senso. Del resto, una cittadinanza scompaginata e in preda a un perenne contrasto interiore, non potrà mai unire le proprie forze contro un nemico che, dall’alto, fa leva sulle debolezze che caratterizzano “destre” e “sinistre” dell’intera Europa. Questo nemico risiede, oggi, nelle tecnocrazie volute dalle grandi multinazionali, le quali hanno rovesciato il tradizionale processo utilitaristico del rapporto Stato-Mercato, dove attualmente è il secondo a servirsi del primo, minandone alla base le istituzioni. L’Unione Europea rappresenta l’ “incarnazione” legittimata di questa inversione di tendenza, mentre molti sedicenti “democratici” continuano a ribadire il contrario, sulla base dei soli principi guida che ufficialmente la caratterizzano. Di fatto, la Costituzione italiana garantisce molti più diritti in ambito sociale (lavoro, stabilità ecc..), rispetto a quanto potrebbe un ordinamento costituzionale europeo. Molti pseudo-progressisti, trasformatisi in conservatori, non comprendono che, oggigiorno, il dispotismo assume vesti piacevoli, concilianti e narcotizzanti, per non dire ipocritamente “democratiche”. Contro un nemico subdolamente seducente, occorre utilizzare armi più efficaci, culturalmente più profonde ed evolute.

E’ giunta dunque l’ora che gli intellettuali europei elaborino una nuova strategia, una nuova Resistenza, dove alla contrapposizione fascismo/comunismo, repubblica/regime, buono/cattivo sorgano contrapposizioni dialettiche teoreticamente meno ingenue e storicamente più aggiornate.