Si avvicina la fatidica scadenza che ogni anno vede sfilare cortei di ex partigiani e bandiere tricolori in presenza di autorità istituzionali e di tanti bei discorsi. Ma oggi, a distanza di settant’anni, è lecito chiedersi se questa ricorrenza abbia ancora un significato che vada oltre la vuota retorica e l’ostentazione di vessilli e bandiere. La Repubblica italiana si fonda sulla negazione dell’oppressione straniera e dell’occupazione nazista. Lo Stato italiano post-bellico nasce quindi innanzitutto sui valori dell’indipendenza nazionale, delle libertà civili e dell’uguaglianza sociale e giuridica di tutti i cittadini. La Costituzione cercò di dare sanzione giuridica a questi principi, non solo riconoscendoli astrattamente, ma impegnando attivamente il legislatore nella loro concreta applicazione. Si può dire, ancora oggi, che questi principi siano tutelati e riconosciuti nella realtà concreta in Italia?

L’occupazione militare nazi-fascista non esiste più. Tuttavia ad essa è subentrata una nuova forma di sottomissione. Non è più imposta direttamente con la forza bellica, ma attraverso il controllo dei centri politico-finanziari. L’Italia è stata piegata agli interessi di una élite internazionale la quale, al contrario del vecchio capitalismo nazionale, non accetta più compromessi con il lavoro e le fasce deboli della società. Durante la Prima Repubblica, per quanto l’Italia fosse posta sotto la sfera di influenza statunitense, seppe conquistarsi importanti spazi di autonomia grazie all’intelligenza della sua classe politica e alla rilevanza dell’industria nazionale, tra le prime al mondo, la quale poté giovarsi del decisivo contributo statale. La Seconda Repubblica, invece, esaltata dai suoi fautori come portatrice di cambiamento e di rinnovamento politico, ha visto il nostro paese sprofondare nella più totale dipendenza dal capitale estero e dalle potenze straniere. L’Italia ha rinunciato alla propria moneta, a una autonoma politica fiscale, il cui controllo è stato delegato a istituti tecnocratici sovranazionali, a una politica estera indipendente, allineandosi acriticamente – come del resto tutte le altre nazioni europee – ai diktat di Washington. Il progresso sociale e politico di cui la nostra Costituzione è stata simbolo e sprone, è stato cancellato dal nuovo dispotismo finanziario. La Carta fondamentale è un compromesso molto avanzato tra le diverse anime sociali e politiche italiane. Essa ammette l’iniziativa privata, ma la subordina agli interessi strategici nazionali e agli scopi sociali.

L’art. 4 riconosce il diritto al lavoro a tutti i cittadini italiani, ponendosi quindi l’obiettivo della piena occupazione. Lo stesso articolo, poi, sancisce il dovere del cittadino di concorrere al “progresso materiale o spirituale della società”, differenziandosi quindi dal diritto liberale classico e privilegiando il bene della collettività a un individualismo astratto. Ma è nel Titolo III che più si evidenzia il carattere progressivo della Costituzione ispirato dai principi socialisti, seppure diluiti in un contesto capitalista. L’art. 36 stabilisce che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. L’art. 41, pur specificando che “l’iniziativa privata è libera” precisa che “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” e si propone di indirizzarla verso l’utilità sociale. L’art. 42 rincara la dose: “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti” e inoltre: “La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale”. La Carta subordina l’iniziativa e la proprietà privata alla realizzazione del benessere collettivo, giungendo fino a prevedere l’esproprio, qualora questo sia necessario per tale scopo. L’art. 46 riconosce ai lavoratori anche il diritto di partecipare alla gestione delle aziende. Mentre l’art. 47 tutela il risparmio e disciplina il credito. Queste caratteristiche, rendono la nostra costituzione, repubblicana e antifascista, una delle più avanzate e progredite e la pongono in netto contrasto con le visioni neoliberali.

Il carattere anti-liberista della nostra legge fondamentale, emerge dalla limitazione dell’iniziativa individuale in ambito economico, che, seppur libera entro i limiti, deve essere sottoposta al controllo e agli interessi della società. Viene ammessa altresì la proprietà pubblica, statale, e, indirettamente, la possibilità per lo stato di avocare a sé una determinata proprietà, azienda o comparto industriale. Si promuove, l’uguaglianza effettiva di tutti i cittadini e si riconosce il diritto di autogestione (parziale) dell’impresa da parte dei lavoratori. Quanto, di queste direttive, si può dire, oggi, effettivamente realizzato? Praticamente nulla. La realtà è in netto contrasto con lo spirito e con la lettera della Costituzione. Ha trionfato il liberismo più estremo e il bene sociale viene totalmente dimenticato, in favore di un’anarchia economica che non pone limite alcuno al capitale. La lotta e lo spirito antifascista si erano realizzati all’insegna di un patriottismo progressivo che aveva avuto come culmine e punto di riferimento la stesura della Legge Costituzionale quale accordo tra le varie forze della Resistenza e atto conclusivo del travagliato cammino di liberazione nazionale. Se si vuole riscoprire autenticamente il valore del 25 aprile non basta rievocare il passato, ma bisogna rendere quei principi che lo hanno ispirato, costituzionali, repubblicani, patriottici e anti-liberisti, il motore della teoria e dalla prassi politica dell’oggi. Viceversa, si farebbe di questa data il trionfo dell’ipocrisia e della retorica, dietro cui celare il dramma della condizione odierna.