Il 1968 è una data sparti acque per molti sedicenti rivoluzionari. Circa 50 anni dopo, però,  l’eredità intellettuale più rilevante è diventata il completo fallimento di quella ondata studentesca che voleva governare il Paese; una ribellione giovanile esplosa negli Stati Uniti  che incendiò il Vecchio Continente. Due gli elementi di notevole considerazione: la repentina diffusione di un malcontento sia culturale che politico, e la contrapposizione in blocco alla società. Come mai, nell’era di Internet, della connessione h24, gli studenti ancora non riescono a replicare così massicciamente il fenomeno del ’68? E soprattutto dov’è finita quell’insoddisfazione, quella rabbia di rovesciare il mondo?

Il primo errore è proprio ricordare il ’68 come una vittoria, invece che come una misera tappa (mal riuscita) nel percorso di cambiamento sociale.  Le rappresentanze studentesche, vanto dei 68ini, sono una contraddizione prima di tutto ideologica, infatti, non sono che il simbolo di una democrazia rappresentativa che de-responsabilizza gli individui, ma anzi, come le democrazie moderne occidentali, contribuisce al disinteresse verso la cosa pubblica. Occorre “ripensare” la rappresentanza studentesca. Che senso ha avere delegati in una comunità che non ha le stesse dinamiche e numeri di una nazione? Pensare i licei, istituti tecnici e università come delle Polis: gli obsoleti rappresentanti devono essere affiancati da studenti scelti casualmente e mediante turnazione. Essere responsabili di una comunità deve tornare ad essere un dovere condiviso e portato avanti da tutti. Libertà non è sinonimo di indifferenza.

Il ’68 è colpevole di aver assassinato le differenze. Fu una rivendicazione alimentata da pretese universali che di universale non avevano nulla. Dissonanze all’interno del passeggero establishment studentesco di quegli anni non permisero un programma definito, molti spunti e pochi reali obiettivi. La lotta ideologica contro la famiglia, la battaglia per l’emancipazione femminile e le rivendicazioni per una maggiore libertà sessuale hanno preso il posto dei vecchi dogmi.  Col senno di poi, e soprattutto osservando gli eventi attuali, ancora non si percepisce come questa battaglia portata all’esasperazione, fatta di  diritti civili e reclami “progressisti”, iniziata in quegli anni e continuata fino ad oggi, potrebbe abbattere il nemico del ’68 e di adesso: il capitalismo. In fondo la rivolta studentesca 68ina pone al centro il distacco dalla mentalità borghese, dal capitalismo, e da questo  derivano i comportamenti riluttanti alla visione culturale dominante. Dubitare di ciò pare ovvio se ci interroghiamo su quanto quell’individualità borghese e la brama di successo sono eredità culturali rafforzate e molto più diffuse di prima.

Le scuole e le università non sono centri di pensiero, ma grandi punti di smistamento merci: non conta cosa ti piace studiare, non conta più nemmeno quale sia la tua media, l’importante è essere risucchiati il più velocemente possibile dal mercato del lavoro. E non sono che  mercati i nostri luoghi culturali. Ma quanto può durare tutto ciò? Il mercato è saturo; ora che anche i laureati non trovano più lavoro, cosa dovremmo fare? Il mondo è tondo! I ¾ del pianeta emigrano in Occidente per avere una vita migliore, i giovani che ci vivono nell’Occidente emigrano per avere una vita ancora migliore: certo  non è che possiamo trasferirci tutti a Londra o Oslo. La qualità di vita sta peggiorando nei Paesi mediterranei dell’UE, e anche le nazioni nordatlantiche iniziano a rallentare. Se gli eredi del ’68 pensano che la libertà di movimento sia meglio che coltivare il proprio angolo di mondo affinché diventi migliore, allora non resta che aspettare il caos.

Lottare per il futuro è prerogativa dei giovani, non perché la loro età anagrafica sia una qualità aggiuntiva, ma semplicemente perché è il loro futuro che è in gioco. E’ necessario che le scuole smettano di essere isole felici nelle quali gli studenti acquisiscono passivamente nozioni, mentre gli scivola addosso tutto ciò che li circonda. Non c’è bisogno di un dissenso istituzionalizzato, ma di creare opinione pubblica affinché la rivolta sia graduale e continua. Cosa è più folle: pensare che provare a ridisegnare il mondo sia impossibile o che le cose come sono messe cambieranno da sole in meglio? Che questa denuncia può essere tacciata di marxismo non fa che piacere, perché sebbene le soluzioni proposte da Marx siano fallite, in quanto mai realizzate veramente, non vuol dire che le sue obiezioni non erano giuste. L’ideologia politica finisce dove inizia il buon senso, e fino al 2068 le nuove apatiche  generazioni hanno il tempo di preparare il terreno per i grandi temi come la redistribuzione delle risorse, l’idea di decrescita, la degenerazione della globalizzazione in glocalizzazione, le sproporzioni biometriche, la multipolarità geopolitica. Il 2068 è ben lontano dal benaltrismo, non ci sono che priorità e  scegliere le migliori e perseguibili tocca a noi. Il 2068 dovrà essere differente dal 1968, non un simbolo, ma una prospettiva. Ecco perché non dobbiamo fallire.