La  chiamarono la “madre delle stragi” perché tutto cominciò da lei. Quel giorno, il 12 dicembre 1969, esplose un ordigno all’interno della banca dell’Agricoltura di Milano provocando ben 17 morti ed 88 feriti: fu l’inizio di quella che passò alla storia come la “strategia della tensione”. Ed oggi, 17 Maggio, non si può non ricordare l’anniversario dell’assassinio del commissario della Polizia, Luigi Calabresi, avvenuto nel 1972, senza rammentare i fatti di Piazza Fontana ed ancora il mistero della morte dell’anarchico Pino Pinelli, caduto dal quarto piano della Questura di Milano tre giorni dopo la strage.

Depistaggi, rivolte, processi: sono lunghe le pagine scritte sugli anni più bui della nostra Repubblica. Pagine che fanno fin troppi nomi quanto pochi responsabili. Calabresi e Pinelli sono solo due dei nomi più discussi di vicende, ormai pezzi di storia, che ancora oggi non riescono a spegnere vampe d’odio e sussulti d’orgoglio.

Erano trascorsi tre giorni dallo scoppiò di quella bomba in piazza Fontana ed il ferroviere anarchico, Pino Pinelli, era stato accusato di aver partecipato alla strage insieme a movimenti estremisti che in quei giorni alimentavano il clima dello scontro con le forze dell’ordine. Pinelli, che ormai con Calabresi era perfino giunto a scambiarsi dei libri in confidenza, fu illegalmente interrogato per ben tre giorni prima di cadere da una finestra della questura di Milano durante l’interrogatorio a cui, però, il commissario Calabresi era in quella ore assente. Scrive Giampaolo Pansa: “Calabresi impara a conoscerlo bene, lo vede nei cortei e qualche volta in questura, dove lo convoca. Il mestiere è mestiere, ma i rapporti sono tali che, per Natale, Calabresi regala al Pinelli un libro, Mille milioni di uomini, di Enrico Emanuelli. Il ferroviere sembra orgoglioso di quel regalo, lo mostra a tutti, racconta da chi proviene e, così si dice, pare che lo ricambi, mandando a Calabresi una copia del suo libro preferito, quello da cui sarà tratta la frase poi incisa sulla sua tomba: l’Antologia di Spoon River”. Ma questo non basta, non può bastare a ritenere innocente il commissario cui verranno rivolte tutte una serie di accuse infamanti da parte degli stessi anarchici che gridavano all’”omicidio di Stato” di Pino Pinelli.

La magistratura arrivò così ad avanzare diverse ipotesi. Pino Pinelli si sarebbe gettato dalla finestra con una “balzo felino” per suicidarsi, mentre gli uomini della questura avrebbero cercato di afferrarlo per evitare la caduta. Un’altra ricostruzione disse appuntò che uno degli uomini cercò di afferrarlo dal piede rimanendo con la sola scarpa di Pinelli in mano: l’anarchico fu però ritrovato morto con entrambe le scarpe. Da quel momento Luigi Calabresi fu per l’opinione pubblica l’assassino dell’anarchico Pino Pinelli; le strade pullulavano di continue condanne, messaggi d’odio ed annunci di morte che fecero pian piano del commissario Calabresi un uomo sempre più solo.

Nel libro Mio marito, il commissario Calabresi (Edizioni Paoline, 1990), la moglie Gemma Capra scrisse così: “Gigi si convinse che la matrice degli attentati non fosse da ricercarsi esclusivamente nella sinistra eversiva. Egli prese a dubitare sempre più fortemente finché un giorno, non molto tempo prima di essere assassinato, mi disse: “Gemma, ricordalo: menti di destra, manovali di sinistra””. Calabresi aveva dunque capito chi stava dietro tutto? Aveva forse capito chi agitava le “marionette”, chi erano gli strateghi della tensione?

Il 17 Maggio 1972, intorno alle 9.15, mentre si accingeva ad aprire la sua vettura Fiat 500, parcheggiata nei pressi di via Cherubini di fronte al palazzo dove abitava, Luigi Calabresi fu colpito alle spalle da due colpi di revolver per mano di un giovane che subito fuggì in macchina di una complice. Lasciò così una moglie e due figli, Mario e Paolo, mentre il terzo Luigi nacque poco dopo la sua morte. Si dovette aspettare il 1988 per conoscerne i responsabili, quando un pentito dei sicari calabresi, Leonardo Marino (condannato poi a 11 anni),  confessò di aver partecipato all’assassinio di Calabresi insieme a Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, tutti e tre condannati a 22 anni.