Questo Tsipras non convince per niente. Non ha mai convinto chi non si fa infinocchiare dal rosso delle bandiere che nasconde il grigio dei radicalismi a metà. Il finto Leonida greco è diventato capo del governo con la promessa di allentare i ceppi dell’austerità euro-tedesca, non di spezzare la gabbia in cui il suo popolo si è rinchiuso da solo pur di iscriversi al club di Bruxelles (bell’affare avete fatto, vero fratelli ellenici?). E adesso – bisogna dire coerentemente – prosegue questa linea indicendo un referendum che non ha il dichiarato scopo di far uscire la Grecia dall’eurozona, bensì quello, puramente tattico, di dotarsi di un’arma di contrattazione in modo da avere maggior forza nei confronti di Berlino, capitale politica di questa Europa di strozzini. Il compagno Tsipras era e si conferma un bluff.

Ma siccome le strade del Signore sono infinite, anche una mezza sóla come la sinistra europeista di Syriza può tornare utile. Utile a scardinare il dogma dell’intoccabilità della tecnocrazia, con le sue astratte regole del 3% di deficit e la sua spietata logica spolpatoria. Per cui la vita reale va subordinata a far quadrare i conti, secondo l’interessata ideologia (perché è un’ideologia a tutti gli effetti) di schiavizzare interi Stati col ricatto permanente di un debito inestinguibile. Sveglia, gente: quando si accettano prestiti, e per ripagarli si devono accettare altri prestiti, e poi ancora altri, si finisce letteralmente col vendere la propria sovranità economica condizionandola a politiche di ripianamento da capestro (accumulare avanzi su avanzi è semplicemente irrealistico, nessun debitore ha mai restituito così i propri debiti, neanche la maestrina Germania nel dopoguerra; semmai la via è ristrutturarli, cioè annullarli almeno in parte). E quando uno Stato non ha più il potere ultimo di decidere come far andare avanti la baracca, cessa di essere uno Stato, e diventa una colonia.

Perciò il referendum greco, sia pur inquinato dall’equivoco Tsipras, ha un grande valore politico: perché rimette in campo il principio che è la libertà di autodeterminazione, il diritto alla sopravvivenza senza catene, da troppo tempo oscurato dall’indecente moralismo usuraio (“i debiti si pagano!”, belano le pecore zelanti: non a patto di morire di fame, rispondono i lupi in rivolta). Possiamo discutere e scannarci a lungo sulle conseguenze di un ritorno ad una sostanziale autarchia, tra l’altro in un Paese che importa tutto com’è l’Ellade. Possiamo atterrirci all’idea di un ulteriore impoverimento di una popolazione già stremata (e che appunto per questo, oltre che per un autolesionistico orgoglio “europeista”, non è detto che voterà “no” in massa, anzi). Possiamo farcela addosso alla prospettiva di un’Eurocrazia che perde colpi e crolla, coi soliti speculatori celati dall’anodina formula dei “mercati” – criminali da impiccare, per quanto ci riguarda – che non aspettano altro che farci la pelle, naturalmente lucrandoci sopra. Ma una cosa non possiamo permetterci di fare: perdere di vista l’obbiettivo principe di qualsiasi uomo libero, e cioé ristabilire la giusta gerarchia fra Politica ed Economia. La prima deve dominare, la seconda deve servire. Concedeteci una tantum un po’ di retorica: Tsipras o no, oggi siamo tutti greci.