Ma da questo strepitoso carrozzone nazionalpopolare, diretto per ventiquattro edizioni su sessantasei da soli due conduttori -Baudo e Bongiorno, che si facevano via via più vecchi ma poco importava -, rovinato in soli due anni da altri due “conduttori” – Fazio e la Littizzetto, le virgolette sono d’obbligo -, risollevato l’anno scorso da un Carlo Conti all’olio d’oliva in corsa anche stavolta per salvare il salvabile, da un carrozzone simile dicevo che ci aspettavamo?

Abbiamo avuto quello che volevamo: canzoni lente, canzoni rock, omaggio a quel Celentano che venne una volta tra mille polemiche ed oggi si guarda bene dal riprovarci, che la prudenza è virtù necessaria anche in vecchiaia; abbiamo avuto ospiti internazionali dei quali uno in particolare, dopo essere stato chiacchierato per settimane in quanto compratore di uteri e spot vivente all’infausta pratica, ha cantato malino e suonato, dicono dalla sala stampa, in playback; abbiamo avuto nastri arcobaleno a sostenere non si sa bene quale diritto; abbiamo visto l’ottima Virginia Raffaele imitare prima la Ferilli e poi la Fracci (e polemicuzze assortite su quello che in ogni caso è uno strepitoso talento); una summa della contemporaneità, insomma, questo Sanremo: e che altro volevamo che fosse?

(Ps: se c’è un cantante che merita la vittoria quello, secondo chi scrive, è Rocco Hunt).