Con l’elezione di Jeremy Corbyn a leader del partito laburista inglese, il fronte anti austerity europeo si allarga. Dopo il greco Syriza e lo spagnolo Podemos, anche il Labour, che fu di Tony Blair, si candida per un posto nel pantheon dei paladini del no all’austerità e al neoliberismo. Un salto non da poco per un partito che, fino a meno di dieci anni fa, sembrava aver abbandonato per sempre la strada della socialdemocrazia e del socialismo in favore di una politica economica più spostata a destra che, però, gli aveva consentito di governare il Paese per anni con risultati soddisfacenti. La vittoria di Corbyn è quindi di importanza storica poiché ridà a uno dei partiti laburisti più antichi d’Europa la dimensione che merita, riportandolo nei giusti binari. Corbyn ha vinto, in maniera non inaspettata, puntando su quei temi cari alla sinistra, degna di questo nome, di mezza Europa: come il ripristino del welfare, una parziale nazionalizzazione di alcuni servizi come le poste e l’accoglienza ai rifugiati. Tutti temi che lo accomunano alle sinistre europee, ma che alla prova di governo falliscono clamorosamente.

E’ il caso di Alexis Tsipras, nuovo eroe per quella sinistra radicale orfana ormai di modelli di riferimento, ma che era riuscito a guadagnarsi le simpatie anche di elettori di altre fedi politiche con il suo programma rivoluzionario che voleva rivoltare l’Europa, da noi conosciuta, come un calzino. Dalla rinegoziazione del debito alla quasi uscita dalla moneta unica con un referendum che sembrava una riscossa di popolo senza precedenti, ma che poi si è rivelato solo uno sperpero di denaro pubblico. Tsipras, insomma, è stata una grande delusione dell’ultimo decennio per chi crede in un’Europa diversa, fondata sulle persone e non sulla finanza. Allora sorge spontanea una domanda, Corbyn sarà un altro Tsipras? Difficile dirlo, certo è che le differenze tra i due sono molte: anzitutto in esperienza politica, il leader del labour britannico è deputato da più di trent’anni, è stato alla testa di diversi movimenti protestatari come quelli contro il nucleare o contro la guerra in Iraq, oltretutto Corbyn è leader di un partito con una storia alle spalle, composto da diverse anime, in un Paese economicamente in salute e fuori dal sistema euro. Una situazione ben diversa da quella di Tsipras, leader di un partito piccolo, senza esperienza in un Paese, la Grecia, di fatto in default da almeno quattro anni. Il fallimento di Tsipras fu un vero e proprio trauma per tutto il movimento anti austerity europeo; il greco sembrava un condottiero infallibile, disposto a tutto pur di non cedere nemmeno di un passo di fronte alle richieste di Germania e Troika. Come sappiamo la storia è andata diversamente e oggi la Grecia si trova nel vivo di una nuova campagna elettorale.

La resa di Tsipras ha shockato il fronte anti austerità, provocando quasi un terremoto in tutta Europa. Podemos, l’alter ego di Syriza in Spagna, dopo l’accettazione del memorandum da parte del primo ministro greco, ha perso più di cinque punti nei sondaggi, allontanando la possibilità di vittoria alle elezioni generali del prossimo dicembre. La vittoria di Corbyn è stata vista, quindi, come una rinascita da parte degli orfani di Tsipras, una nuova speranza per il fronte del no alle politiche neoliberiste dell’Unione Europea, un’alternativa al tradimento di Tsipras. Un’eccitazione prematura per un leader che sarà all’opposizione ancora per molto tempo, con scarse possibilità di governo e con un programma ancora da definire. A favorirlo, però, potrebbe essere proprio la sua distanza forzata dal potere, anche se molto dipenderà dagli avvenimenti chiave che aspettano la Gran Bretagna nei prossimi anni, come il referendum, nel 2017, per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Se Corbyn vuole diventare leader del movimento anti austerità europeo deve necessariamente schierarsi per l’uscita del Paese dall’UE, altrimenti sarà solo un altro Tsipras, più anziano e meno belloccio.