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Non arrivando ancora l’acqua, a Messina è infine venuto Matteo Renzi. Il giovin premier, fulgido esempio della nuova Italia che ce la fa (cosa? non importa) ha dedicato parte del proprio preziosissimo tempo a visitare parte della Sicilia in questo fine settimana di metà ottobre. Reduce dai frizzi e dai lazzi di Washington, il presidente del Consiglio più smart&cool della storia della Repubblica ha degnato della sua presenza la città dello Stretto portando in dote, novella Befana di Rignano, uno dei più pomposi e immaginifici regali, mille volte più attraente di un nuovo iPhone: il masterplan per il Mezzogiorno

L’accoglienza a Trapani (che non vi fanno vedere)

Scartata la prima idea di Jim Messina (replicare il miracolo delle nozze di Cana per sopperire alle vergognose mancanze del civico acquedotto peloritano sembrava troppo, specie nei confronti della Santa Sede), il nuovo bestfriend di Obama ha optato per una classica ricetta della politica nazionale: l’elemosina pre-elettorale. In una terra abituata a trattare da seciku con i padroni del momento senza mai risolvere nulla, Renzi ha elargito ben 330 milioni di euro- quanto costa la UE in tre settimane all’Italia, per capire la posta in gioco- come una tantum ai lazzari messinesi, alla maniera del credente occasionale che dilapida una monetina da pochi eurocentesimi nel piatto derelitto delle offerte la domenica mattina in Chiesa.

 

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L’espressione delle grandi occasioni di Renzi, circondato dall’untoso notabilato locale, saluta la firma del Patto per Messina

Ovviamente, il fine dell’ex voto consiste nell’accalappiare più voti favorevoli possibili per il referendum di dicembre. Il tempismo, in politica, è tutto. Andiamo però nel dettaglio: l’intero Masterplan per il Mezzogiorno si compone di 16 patti per il Sud (8 regioni e 7 città metropolitane) più un Contratto Istituzionale di Sviluppo relativo a Taranto. Ballano circa 25 miliardi di euro nel complesso, pescati da fondi nazionali ed europei per lo sviluppo del Sud. Terminata l’epoca della Cassa per il Mezzogiorno, tramontata la stagione del Neomeridionalismo di Pasquale Saraceno, doveva venire Renzi a risolvere ciò che dai tempi di Giustino Fortunato si suol chiamare questione meridionale e significa fame, miseria e morte civile.

 

L’accoglienza a Palermo (che non vi fanno vedere)

Nella grande bellezza dell’Italia che riparte, dunque, tra un jobs act e una banca che fallisce si trova il tempo e la volontà di arginare per sempre una deriva secolare: è una fortuna vivere epoche come queste, ca va sans dire. Soprattutto, colpisce come il governo, in un generoso slancio di decentramento affidi agli enti locali del Sud- notoriamente efficienti e rapidi- la gran parte dei compiti e degli incarichi burocratici ed amministrativi. Suonando la solfa solita, però, questa propaganda all’acqua di rose nasconde una cruda verità: lo Stato, dal Mezzogiorno, scappa. Se si delega infatti agli attori locali il compito di programmare e gestire le risorse (scarse) e poi, come non si spera, la riforma della Costituzione a firma Boschi-Verdini novella l’articolo 117 e riporta a Roma la gran parte delle funzioni oggi delocalizzate sul territorio, cosa si ottiene? Nulla, che per i nemici d’Italia è tutto.