La nostra generazione, quella nata nella prima metà degli anni Novanta, aveva tra i 7 e i 10 anni quando l’11 settembre 2001 gli aerei si schiantarono sulle due torri del World Trade Center e sul Pentagono.  Piccoli, ma non troppo per non ricordare le terribili immagini delle due torri crollare, delle persone gettarsi dalle finestre, delle chiamate al 911 delle persone intrappolate tra le lamiere e le fiamme o sotto le macerie, del fumo e dei calcinacci che inondarono New York.  A dieci anni dalla fine della Guerra Fredda, quella mattina di fine estate il mondo cambiò radicalmente, aprendo uno squarcio così profondo che da quel giorno, la mia generazione, non ha mai conosciuto altro se non la guerra. Intendiamoci, niente a che vedere con chi, come i nostri nonni, ha vissuto direttamente il dramma della Seconda Guerra Mondiale, ma i successivi quindici anni dall’11 settembre non hanno mai avuto momenti di pace.

In questi quindici anni il nostro mondo è stato plasmato perennemente intorno alla guerra e alla paura, non c’è stato telegiornale senza immagini da qualche fronte, non c’è stato anno senza qualche funerale di Stato di soldati, di ostaggi all’estero, di bombardamenti, di attentati a Madrid, Londra, Parigi, Islamabad, Mosca, Beslan.  Il fanatismo che riscuoteva favore, l’islam politico che urlava nelle piazze, le necessità di sicurezza che hanno infranto le libertà civili violandone, a torto o a ragione, i precedenti confini e ponendo con drammatica potenza il dilemma di un imperativo morale rispetto a valori considerati assoluti, le “vittime collaterali” dei bombardamenti, le decapitazioni su internet, una politica americana caduta nelle mani dei falchi neoconservatori e vittima acquiescente di ambigui e ipocriti alleati.  E nella paura si è finito per comportarsi come chi si voleva combattere e posti come Guantánamo, Abu Ghraib, le extraordinary renditions, le torture, le tute carcerarie arancioni, gli omicidi selettivi, sono ormai parte di un immaginario con cui nessuno sarebbe dovuto crescere.  E se chi, come me, negli anni successivi all’11 settembre frequentava le scuole medie o il liceo assorbiva tutto ciò dalla televisione, dai computer, da internet, i nostri cugini o fratelli più grandi erano con un fucile tra le mani a combattere e morire in Iraq o Afghanistan. Quindici anni di guerra significa infatti che tutti coloro che sono nati tra il 1975 e il 1990, a cavallo tra due generazioni, hanno prestato servizio in combattimento. E come tutte le guerre, è un calcolo che vale anche per afghani, pakistani, iracheni, siriani, libici, georgiani, ucraini, russi e tutti coloro che sono stati coinvolti in un modo o nell’altro nelle troppe guerre che si sono succedute dal 2001.

È bastato l’11 settembre per mettere in crisi l’Europa e spaccarla tra un asse atlantico e uno renano, per far tornare in auge comportamenti più vicini alla logica della potenza che non a quella dell’integrazione comunitaria. Quindici anni di guerra che hanno fatto sentire il loro peso anche sulle finanze pubbliche americane, sull’inflazione, sulle tasse, sui mercati e che hanno contribuito, direttamente e indirettamente, ad alimentare quel circuito tossico dell’economia crollato miseramente nel 2008 e che ha dato il via alla Grande Recessione. Perché oltre alla guerra, la 9/11 generation, come la chiamano in America, ha sperimentato anche l’incertezza, la disoccupazione, la contrazione del benessere e l’instabilità dell’ipertrofico sistema del capitalismo. E mentre passavamo dalle medie al liceo, o dal liceo ai primi anni di università, all’Afghanistan e all’Iraq si aggiunse la Cecenia, il Libano nel 2006, Gaza e la Georgia nel 2008 (per la prima volta dal 1945 la guerra tornò anche in Europa), la Libia nel 2011, il Mali, ancora Gaza nel 2014 insieme all’Ucraina e l’annessione della Crimea, la Siria con le sue armi chimiche e la confluenza di terrorismo, ribellione islamica, jihadismo e conflitti occidentali. L’11 settembre il mondo si svegliò diversamente, più sofferente, più cieco nel suo odio immotivato, più lontano nonostante la tecnologia ci abbia reso così vicini e, per quanto sembri un controsenso in un mondo di 7 miliardi di individui, ancora più soli.