“La retorica della gente comune ha francamente scocciato. Una democrazia ha bisogno di cittadini evoluti, che conoscano le materie su cui sono chiamati a deliberare”. No, non è un neocon come Allan Bloom, non è un guerrafondaio della democrazia “take away” come Giuliano Ferrara, e nemmeno un “liberal” di stampo ottocentesco come Panebianco.  No. A essere “francamente” scocciato dalla retorica delle gente comune è Massimo Gramellini. Sì, proprio lui, Gramellini, direttore (“creativo”, proprio così!) de “La Stampa”, l’ospite fisso di Fabio Fazio, lo scrittore di successo adattato al cinema, la voce autorevole della “sinistra” democraticamente ironica, l’opinionista di riferimento per quel piccolo mondo antico (benestante e prevalentemente femminile) che affolla le conferenze dei vari Odifreddi e Augias e pure i festival della “mente” o della letteratura, che colleziona gli allegati di “repubblica” qualsiasi cosa siano e si diletta a leggere le moralistiche “amache” di Serra; quello stesso piccolo mondo che spedisce lettere su lettere ai quotidiani, quella categoria sociale concentrata nel nord Italia e in particolare a Torino: città illuminata, razionale, gobettiana, concettuale ed ex operaia (grazie a Marchionne) per eccellenza.

A qualcuno (pochi) le parole di Gramellini potranno anche aver provocato un qualche stranguglione democratico; a molti devono in compenso avere tirato fuori un sospiro liberatorio: finalmente, qualcuno doveva aver pure il coraggio di mettere il dito nella piaga, di affondare la lama nel vulnus, di far capire con parole nette quale razza di pericolo sia questo dannato “populismo” che coi suoi gesti inconsulti e irrazionali dettati da ignoranza sta minando le radici della “democrazia”, quali conseguenze nefaste abbia portato il tanto amato suffragio universale: che sia arrivato il momento di sottoporlo a revisione insieme alla carta costituzionale?  In fondo, non è con questo spirito che nei salotti bene si spiegavano i successi elettorali di Berlusconi? E non è così che si guarda ora a quell’altro bellimbusto “populista” di Trump, ancora deriso e schernito, ma a denti sempre più stretti da quel mondo “liberal” che un tempo aveva preso di mira, con atteggiamenti non troppo diversi, anche quell’attore-pagliacci di Ronald Reagan? Non è con questo spirito che si è chiudono gli occhi su leggi che se ne avesse fatte solo la metà Berlusconi sarebbe già scesa in piazza la nostra beneamata intellighenzia al completo?  

Delle parole di Gramellini, in fondo, c’è ben poco di cui stupirsi. Anzi, vanno perfino apprezzate per il contributo chiarificatore apportato al dibattito generale, per aver messo nero su bianco quanto una certa “sinistra” -inevitabilmente progressista, inevitabilmente riformatrice- si sia di fatto chiamata fuori dall’analisi di una società troppo massificata per i suoi gusti e alla quale non serve più nemmeno guardare con occhi francofortesi. A pensarci bene, segnali eloquenti la realtà continua a recapitarceli: ultimo in ordine di tempo, e clamoroso nella sua nettezza, il voto delle comunali che a Roma e Torino (la Torino di Gramellini!) ha visto andare in scena uno stesso identico copione: a Roma il piddino-radicale (doppia tessera) nonché deputato nonché vicepresidente della camera è stato primo in soli due municipi, guarda caso quelli cui appartengono i quartieri a maggiore densità di benestanti della capitale, centro storico e Parioli-Nomentano. Stesso identico discorso per la Torino per l’usurato Fassino…

Ed ecco le piante “elettorali” di Roma e Torino assomigliare tanto alla classica carovana dei bianchi circondata dai pellerossa nei film western, alla Fort Alamo messo in scacco dai messicani, e fanno il paio con quella dell’Inghilterra del dopo referendum, con Londra e il suo “remain” a far da (debole) bastione contro l’assalto dei particolarismi, dell’ignoranza e del pressapochismo; e se vogliamo, fanno il paio perfino con quel sentimento anti-sistema di cui i successi di Trump sono espressione. Gramellini ne è convinto: “Una scelta di paura, determinata da persone che, non avendo strumenti conoscitivi adeguati, hanno fatto prevalere la pancia sulla testa e la bile sul cuore. Di fronte all’incertezza del futuro, non hanno reagito con la curiosità ma con la chiusura”.

Nemmeno l’ex presidente Napolitano, che pure in fatto di “democrazia autoritaria” non ha nulla da imparare, si è spinto così in là. Ma evidentemente il voto pro Brexit ha fatto saltare il coperchio della retorica democratica, quella con “popolo sovrano” incorporato: la stizza di Gramellini, ma anche quella (inconsueta) di Severgnini l’altra sera a “Otto e mezzo” su la7 dicono molto su quanto le nostre presunte élite (politiche e intellettuali) siano lontane dalla vita vera, sempre più asserragliate nelle loro torri prive di finestre, sempre più incapaci non solo di comprendere ma anche solo di intrepretare le scelte poplari; ma dicono anche, e questo se possibile inquieta ancor di più, quanto poco il voto d’oltremanica servirà al sistema “democratico” per fare un salutare mea culpa sui danni prodotti fin qui da quel neoliberismo finanziario che la sinistra “progressista” si è sempre ben guardata, come del resto il tanto ammirato Obama, dal mettere all’indice. 

Il fatto stesso che la prima reazione al “leave” sia stata quella di dar vita a un nuovo referendum “riparatore”, la dice lunga sulla volontà di capire una realtà che continua a proporre un unico, sconsolato conflitto, quello del basso contro l’alto, quello del popolo contro l’élite, secondo quel cambio di paradigma che già Wright Mills aveva individuato nell’America dei Cinquanta: “Mai prima d’ora tanti pochi uomini hanno preso decisioni tanto importanti per così tante persone che si sentono abbandonate a loro stesse”.