La Repubblica ha dato notizia dell’avvenuto passaggio di direzione del quotidiano da Ezio Mauro a Mario Calabresi. È però noto che tra le firme illustri del sopracitato giornale vi era quella di Adriano Sofri, ritenuto il mandante dell’omicidio del Commissario Luigi Calabresi, padre del neodirettore di Rep. Le due firme avrebbero potuto convivere con ovvie difficoltà. Così Adriano Sofri si è dovuto ritirare. E la cosa ha suscitato molto scalpore. Spieghiamo il perché, ripercorrendo la Storia recente.

Milano, 12 dicembre 1969. Ore 16:37. Sette chili di tritolo esplodono all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura sita in Piazza Fontana. 16 morti e 87 feriti. La polizia imbocca subito la pista anarchica. Dopo alcune indagini e interrogazioni ai tassisti che quel giorno hanno portato sul luogo dell’attentato, spunta fuori il nome dell’anarchico Pietro Valpreda, noto per essere un ballerino con inclinazioni “bombarole”, ma solo a parole. Poi, la notte successiva alla strage, si interroga Giuseppe Pinelli, anarchico anche lui. Verrà portato in questura per una serie di lunghi ed estenuanti interrogatori. Tre giorni dopo l’attentato, il 15 dicembre del 1969, Pinelli precipita dal quarto piano dell’aula dell’interrogatorio e si schianta al suolo. Arriverà già morto all’ospedale Fatebenefratelli.

Questa è una vicenda a tinte fosche, dai mille risvolti. Sono gli anni della Guerra Fredda. L’Italia ha paura di divenire una repubblica sovietica da una parte, e dall’altra di ritornare alla dittatura nera. Con Piazza Fontana ebbero inizio i tristemente noti “Anni di piombo” e con essi la teoria della “Strategia della tensione”. Una teoria secondo cui uomini di stato, servizi segreti, terroristi rossi e neri avrebbero stretto un patto scellerato, portando la Repubblica Italiana alla sua ora più buia. L’obiettivo supposto? Condizionare l’opinione pubblica italiana, spaventata da una serie di attentati ben orchestrati, affinché la colpa ricadesse sugli “opposti estremi” e i voti confluissero verso il più rassicurante centro democristiano.

In seguito alla strana morte dell’anarchico Pinelli il movimento extraparlamentare Lotta Continua indicava il commissario Luigi Calabresi come il responsabile, oltre che esecutore materiale, della morte di Pinelli, avvenuta probabilmente (sempre secondo LC) per un colpo di karate ben assestato.  Il 10 giugno 1971 il settimanale L’Espresso pubblicò una lettera aperta sul caso in questione. In questa lettera si formulavano una serie di accuse a persone che avrebbero condizionato il processo in favore del commissario Calabresi, avvalendosi della “indegna copertura concessagli dalla Procura della Repubblica”, dando per scontata l’uccisione di Pinelli per mano o responsabilità diretta del commissario Calabresi. La lettera era “rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni” e si chiedeva (leggesi pretendeva) l’allontanamento di costoro dai loro uffici, in quanto si rifiutava di “riconoscere in loro qualsiasi rappresentanza della legge, dello Stato, dei cittadini”.

La lettera, partendo da 10 firme iniziali, arrivò, al momento della pubblicazione, al numero di  ben 757 personalità di spicco della società italiana, comprendendo la quasi totalità dell’intellighenzia della Sinistra di allora e di oggi, ma non solo. Tra questi nomi si ricordano, in ordine sparso, quelli di: Norberto Bobbio, Umberto Eco, Dario Fo, Franca Rame, Margherita Hack, Giorgio Bocca, Eugenio Scalfari, Inge Feltrinelli, gli Editori Laterza, Giulio Einaudi, Federico Fellini, Paolo Mieli, Tinto Brass, Luigi Comencini, i fratelli Taviani, Bernardo Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, Marco Bellocchio, Folco Quilici, Carlo Levi, Alberto Moravia, Dacia Maraini, Alberto Bevilacqua, Primo Levi, Giancarlo Pajetta, Furio Colombo, Camilla Cederna, Tiziano Terzani, Toni Negri e i fratelli Carlo e Vittorio Ripa di Meana. (Qui l’elenco completo dei firmatari. Vedere per credere).

Il Premio Nobel Dario Fo, in seguito alla firma, ebbe pure la brillante idea di portare in scena lo spettacolo Morte accidentale di un anarchico. In tale spettacolo Calabresi era soprannominato “il Commissario Cavalcioni” a causa della strana usanza da lui praticata nei confronti degli interrogati, messi, appunto, a cavalcioni di una finestra, per poi, ovviamente, farli cadere giù. Nella lunga video-intervitsa che tenne Alain Elkann con Indro Montanelli negli anni Novanta per la Storia d’Italia, il buon vecchio Indro, ebbe a dire di Calabresi quanto segue: “Se c’era un funzionario corretto e che veniva portato ad esempio da tutti i suoi colleghi questi era Calabresi”. E poi ricordò un piccolo dettaglio: “Calabresi non era in questura nel momento in cui avvenne il fattaccio”.

Ma erano anni in cui il vento del conformismo tirava a sinistra e la verità veniva dettata dagli dei del proletariato armato. Quella lettera risuonò come una vera e propria condanna a morte. Tant’è che un anno dopo la sua pubblicazione, Luigi Calabresi verrà freddato dai sicari di Lotta Continua. Giustizia proletaria fu fatta. Era il 17 maggio del 1972. Solo pochi giornalisti italiani non si unirono al coro. Tra loro Giampaolo Pansa (unitosi oggi ad un altro coro), Massimo Fini e il già citato Indro Montanelli. Il caro Indro, a causa della sua dissidenza nei confronti della linea editoriale filobrigatista che il Corriere della Sera pareva aver assunto in quegli anni, lasciò, nauseato, la redazione del giornale ritirando la sua penna. Il 2 giugno 1977, Montanelli fu “gambizzato” da parte delle Brigate Rosse. Ne uscì vivo, con qualche ferita alle gambe. Non si saprà mai chi fu il mandante. Si mormorò però che, come in altri casi analoghi, in qualche salotto-bene della sinistra di allora si brindò all’evento.

Sofri, ha ricordato Montanelli, scrisse una lettera alla vedova Calabresi in cui negava di esser stato il mandante dei sicari di suo marito. Si assumeva però, in quell’occasione, la responsabilità per aver contribuito a creare l’atmosfera che condusse all’assassinio del marito. E di ciò le chiese perdono. Venti anni dopo l’omicidio Calabresi, L’Europeo mandò un redattore ad intervistare i firmatari dell’appello di Lotta Continua per rendergliene conto: dissero di non ricordarsene più. Montanelli, nell’intervista con Elkann, ebbe a dire: «Nessuno di loro ha fatto atto di contrizione. Gli unici che lo hanno fatto sono stati quelli che si trovano in galera». Quando si dice: “ne ammazza più la penna”… Oggi, Giampiero Muhgini, insieme a Fulvio Abbate, ha ricordato i fatti narrati alla telecamera di Teledurriti. E bisogna rendergliene atto, dato che Mughini stesso fu uno dei giovani esaltati di Lotta Continua. Ma la sua firma, a quella dannata lettera, non comparve.
Per chi avesse l’interesse e il coraggio di ripercorrere quegli anni e quelle vicende, può trovare tutto nel saggio di Michele Brambilla L’eskimo in redazione. Quando le Brigate Rosse erano “sedicenti”.