La Francia è una contraddizione estenuante e meravigliosa. Predicatrice d’uguaglianza, ma visceralmente classista. Paladina del progresso, ma profondamente conservatrice. Partigiana del multiculturalismo, ma intrinsecamente campanilista. Difficilmente, però, riuscirà a coniugare la rivoluzione liberale, i cui venti hanno preso a soffiare insistentemente a Parigi, col suo consolidato modello socialista e corporativo. Vada come vada, saranno scintille. La veemente protesta dei tassisti, che nel luglio scorso hanno messo a ferro e fuoco la capitale invocando il bando di UberPop, è stato un antipasto nel pieno rispetto della tradizione transalpina. La tragicomica fuga a torso nudo di Xavier Broseta, direttore del personale di Air France, costretto a scavalcare un’inferriata con la camicia ridotta a brandelli per evitare il linciaggio dei dipendenti a rischio licenziamento, fa sempre parte del menu.

Una reazione non proprio charmante quella dei lavoratori di Air France che hanno preso d’assalto la sede centrale della società nella giornata di lunedì, ma se non altro mediaticamente più efficace del piagnucolio dei sindacati nostrani. Landini, sull’onda dell’entusiasmo, si è detto pronto ad occupare le fabbriche al grido di touche pas à mon usine. Dovrà darsi parecchio da fare considerato lo spirito di passiva rassegnazione che tendenzialmente affligge i lavoratori italiani. Ma torniamo alle questioni d’Oltralpe. Un tempo corteggiatrice della nostra Alitalia, Air France naviga ormai da tempo in pessime acque, stretta dalla morsa della concorrenza delle compagnie low cost e delle aviolinee dei paesi del Golfo. E i francesi, che sono maestri del linguaggio politicamente corretto, sanno perfettamente cosa si cela dietro l’espressione manageriale, odiosamente melliflua, di “ristrutturazione aziendale”: licenziamenti, tagli salariali, riallocazione delle risorse e via dicendo. Nel caso di Air France, si tratterebbero di 2,900 esuberi spalmati sul biennio 2016-2017 che farebbero seguito ai 15,000 già predisposti negli ultimi quattro anni.

Quattro sono, infatti, le ondate di licenziamento che si sono susseguite dal 2011, ovvero da quando la compagnia è stata posta sotto la guida di de Juniac, purissimo prodotto dell’establishment francese (Polytechnique e ENA), sfuggito per un pelo alla sorte del sorprendentemente atletico Broseta. A rendere ancor più tragicomico il tutto arrivano, immancabili, le parole di serissimo sdegno da parte del Primo Ministro Valls: “violenze inaccettabili” (come se il licenziamento di 2,900 persone non avesse, di per sé, un che di brutale) e “il paese è sotto choc” (come se la Francia potesse sconvolgersi, dopo gli eventi di quest’anno, di fronte a qualche camicia sbrindellata). Il Presidente Hollande, sempre sul pezzo, ci mette del suo: “Quello che conta è il dialogo sociale. E quando viene meno a causa delle violenze […] pensiamo alle ripercussioni sull’immagine, sull’attrattività del paese”. Come se ai capitali esteri non fosse arcinota la propensione francese allo sciopero (non sempre esattamente pacifico), per non parlare di quelle strane e benedette obsolescenze quali le 35 ore settimanali e la chiusura domenicale degli esercizi commerciali. Saranno pure dannose alla santissima competitività, ma danno ancora un tocco umano ai rapporti economici e lavorativi. Così come umanissima è la collera dei licenziati prossimi venturi. A loro toccherà cercare un nuovo lavoro, al manager, tutt’al più, una nuova camicia.