Silvio Berlusconi compie ottant’anni. D’un soffio, una parte di quel fardello personale che si definisce vecchiaia e si vive in mera sopravvivenza s’avverte, improvviso e imprevisto, sulle spalle più o meno prestanti di milioni d’italiani. Inavvertita, un’epoca finita suggella il suo addio con la voluttuosa rotondità del numero 80. Ogni generazione ha i suoi momenti chiave, i suoi personaggi in grado di sintetizzare in un corpo o in una frase il profumo, l’essenza di un tempo irrimediabilmente trascorso.

Vi fu un tempo in cui l’Italia poteva vantare, più o meno diffusamente, un notevole grado di benessere. Contandosi in milioni- e i più fortunati in miliardi- le lirette con Caravaggio e Bernini costituivano un esercito interminato che affollava le tasche dei gaudenti abitanti della Penisola insieme ai primi telefonini e agli ultimi gettoni per cabine. Era un’Italia a metà del guado, in pieno sommovimento tardo-adolescenziale: intontito dalla sbornia di edonismo, bollicine e leggerezza anni Ottanta, il Paese si svegliava dopo la lunga carnevalata dei mondiali di calcio e si scopriva orfano, impaurito, solo. Era infatti scomparso, per non più ritornare, papà-Stato e mamma-partitocrazia, uccisi in tribunale da un’ordalia tragica, cruenta ma non seria. S’era festeggiato, come sempre quando cade qualcosa di grande, ma passata la buriana il vuoto lasciato da quasi cinquant’anni di cautele, clientele e salvaguardie sociali iniziava ad avvertirsi sempre più insistente.

In quel preciso istante, col tempismo del consumato attore di scena, scese in campo Berlusconi.  Quintessenza della Milano da bere (e da vedere), insuperata evoluzione antropologica del cummenda lombardo, Silvio vendeva sogni, non bulloni. Il suo faccione abbronzato dalle nevi di Cortina e dal solleone della Sardegna, innestato su una (allora) silhouette filiforme e dinamica era ormai noto da Aosta a Lampedusa, sempre in viaggio sull’etere televisivo dei ripetitori Fininvest. Il capolavoro berlusconiano, maturato sugli schermi d’Italia, era fatto di fiction americane, televendite, cartoni animati, programmi leggeri, ragazze discinte e rubriche brillanti.

Non è la Rai. E l’Italia non era più quella di Don Camillo e Peppone. Ad un acuto osservatore- qual era Berlusconi- non poteva non saltare all’occhio la voglia di riflusso, di svago, di leggerezza fatua e frivola che animava gli italiani in risposta alla danza macabra degli anni di Piombo e alla fine dell’impegno ideologico. Ottimismo, voglia di vivere, divertimento gaudente, assenza di limiti: la vita come una partita di calcio del Milan olandese di Van Basten, Rijkard e Gullit. Un vincente da imitare, un miliardario simpatico e divertito- antitetico all’aristocratico distacco degli Agnelli- capace di passare dall’edilizia alla Televisione, dalla finanza al calcio senza mai perdere, unico padrone di sé stesso.

Formidabile interprete del mantra Ghe pensi mi: all’attacco distruttivo della magistratura, al vuoto di potere, alla vittoria a tavolino dei postcomunisti, alla casalinga di Voghera, al fallimento delle aziende ghe pensi mi. Non più politica, né preistorici e sincopati partiti di massa, con la loro medievale liturgia celebrata da mezzibusti in grisaglie. Colore, musica, spettacolo. Germoglia il fiore della discesa in campo, mentre la Prima Repubblica affonda: Forza Italia da grido da stadio diventa un aulico coro da convention, sulla falsa riga dell’inno dell’AC Milan. Slogan da sogno: un milione di posti di lavoro, nuovo miracolo italiano, rivoluzione liberale; convention romantiche dove Silvio, microfono in mano e piglio da leader decanterà  voi dovete avere il sole in tasca.

E poi il 26 gennaio. Foto di famiglia incorniciate in argento, libri da scena, scrivania da buon borghese. Di là il cammino scoppietta, nel freddo dell’inverno di Arcore. Si accende la lucina rossa. SilenzioGli italiani non aspettavano altro. Quella voce, lunga colonna sonora d’un ventennio, così suadente e paludata seduce e affascina mitragliando promesse, grandeur di fine millennio e benessere interminabile. A differenza dei tronfi compagni in cachemire, Silvio sembra vero. E l’Italia profonda, orfana del porto sicuro DC, legherà con il Cavaliere un contratto ideale più forte di mille puntate di Santoro e Travaglio, nonostante le grida di dolore dei nemici. Per vent’anni, un’intera casta di professionisti dell’antiberlusconismo creerà le proprie fortune accanendosi ferocemente sull’uomo, dimenticando di proposito la vis polemica in altri e più esiziali dinamiche, i cui effetti ancora oggi scontiamo. Così è stato, se vi pare.