Archiviata questa tornata elettorale – della quale tutti i principali partiti democristianamente si professano soddisfatti – è tempo di trarre alcune considerazioni per il futuro. Renzi ha finalmente perduto la sua aurea d’invincibilità: ha consegnato la Liguria in mano al (ex) delfino di Berlusconi; ha rischiato in Umbria e, perfino dove ha vinto mettendoci la faccia, l’ha fatto con il candidato più impresentabile (De Luca) interdetto per via della legge Severino.

Il PD è tornato ai livelli normali, addirittura pre-bersaniani, ma sarebbe una grave leggerezza illudersi che la marea 2.0 sia passata e che cominci a rifluire. Renzi l’ha capito benissimo e da degno erede di Silvio sa che la sua immagine di vincente, così faticosamente costruita sulle macerie del partito, è tutto; s’è infatti tenuto accuratamente in disparte dalla contesa; ha finto indifferenza giocando alla playstation la notte delle elezioni e s’è fatto trovare nel posto più lontano possibile – l’Afghanistan – il giorno dopo; annusando l’aria che tirava s’è eclissato dalla campagna elettorale in Veneto e Liguria, proprio le regioni dove c’erano le candidate a lui più vicine.

Il Movimento Cinque Stelle – depurato dall’esuberanza di un Grillo mai così pacato – ha ripreso slancio tornando a essere di gran lunga la seconda forza del Paese, eppure dimostrando ancora una volta di essere incapace di vincere in un sistema maggioritario secco.

Il centrodestra invece è ancora un cantiere aperto; certo la vittoria di Salvini è netta e indiscutibile e lo pone al comando dello schieramento; mentre Berlusconi ha esaurito definitivamente la sua capacità di risorgere dalle ceneri e gli altri si sono condannati da soli all’irrilevanza politica facendo da stampella al Governo (NCD) o, nel caso di FdI, all’elemosina elettorale nel nuovo progetto identitario leghista.

L’unico Matteo vittorioso (quello padano) migliora l’exploit delle scorse europee, asfalta la Moretti in Veneto seppellendo lo strappo di Tosi e compattando il partito e incomincia a vedere i frutti della nuova visione nazionale, facendo il pieno di voti anche nelle regioni del Centro. Eppure, passata la sbornia per il successo, non bisogna propendere per un prematuro ottimismo. Battere modesti candidati in alcune regioni è una cosa, sconfiggere il renzismo è compito arduo. Sebbene il PD abbia subito la prima battuta d’arresto rimane saldamente il primo partito d’Italia con una maggioranza abbastanza solida per arrivare a fine legislatura. Certo, ora il signorotto di Firenze non potrà più agitare lo spauracchio di “o riforme o urne”, ma comunque avrà modo e tempo di scegliersi il momento più opportuno per giocarsi nuovi bonus.

Le opposizioni comunque rimangono troppo frammentate e divise per impensierire veramente il premier, che potrà contare anche su qualche spot elettorale proveniente da Bruxelles. La Lega soffre ancora di un limite “fisiologico” a livello nazionale e per superarlo dovrebbe riproporre quell’oscena ammucchiata di “moderati e responsabili” che fecero grande Berlusconi, affossando però la sua nuova identità. I Cinque Stelle – anche se la loro capacità di attrarre gli astensionisti è superiore a qualsiasi altro partito – correndo da soli non possono raggiungere i numeri del PD; eppure una soluzione c’è e paradossalmente è stato lo stesso Governo a fornirla: si chiama Italicum e al secondo turno può riservare una bella sorpresa al renzismo.

Come già successo a Parma, ci si può liberarsi dal giogo del PD e della palude dei “moderati” in un colpo solo: ispirandosi alla sinistra e “turandosi il naso” per votare chi arriverà secondo, perché qualsiasi cosa è meglio di un altro governo eterodiretto, schiavo dei trattati e amico dei poteri forti. Bisogna avere comunque il coraggio di provare qualcosa di diverso perché solo l’antirenzismo ci potrà salvare.