E’ di 43 morti e almeno 240 feriti il bilancio dell’attentato suicida che ieri sera ha scosso i quartieri Sud di Beirut, il cuore sciita della capitale. Numeri spaventosi destinati purtroppo a crescere vista la grave situazione in cui versano diversi feriti. L’attacco è stato rivendicato dallo Stato Islamico in persona come ritorsione contro il movimento politico libanese Hezbollah, impegnato da quattro anni nella lotta contro i jihadisti in Siria a fianco del governo di Bashar al Assad. Secondo le ricostruzioni, le esplosioni sono state due in un’area circoscritta tra il campo palestinese di Burj Barajne e la via Husseiniya, in una zona sotto il controllo di Hezbollah.

A compiere l’attentato sono stati due kamikaze, il primo a bordo di una moto-bomba, il secondo a piedi con una cintura esplosiva che ha azionato mentre accorrevano i primi soccorritori. Una vera e propria strage la più grave dal 2007, quando a morire furono 48 persone in una duplice esplosione a Beirut e a Tripoli, nel nord del Paese. L’attentato di ieri è stato un attacco al cuore del Libano, un’intimidazione non solo nei confronti di Hezbollah, che da anni combatte in Siria contro i movimenti jihadisti, ma anche contro tutti i libanesi. Ancora una volta il Paese dei cedri si trova, suo malgrado, al centro di una tempesta politico-militare da cui difficilmente può rimanere fuori. La Siria è troppo vicina, come vicini sono gli echi delle bombe e delle azioni criminali dei jihadisti dello Stato Islamico e di Al Nusra. Ma non saranno certo i killer di al Baghdadi a piegare la resistenza dei libanesi e la loro voglia di vivere in pace. Il Libano è un Paese di martiri, una nazione che ha imparato a convivere con la minaccia terroristica, ma che da questa non si è mai lasciata intimidire o scoraggiare, anzi. Le bombe di ieri sera non sono, come sostengono alcuni, un messaggio contro Hezbollah, sono molto di più, sono un attacco contro i valori di convivenza e rispetto reciproco così faticosamente raggiunti dai libanesi dopo un ventennio di sanguinosa guerra civile. L’attacco arriva in un momento politico piuttosto delicato, con la crisi dei rifiuti tutt’altro che risolta e l’impasse istituzionale dovuta alla mancata elezione del Presidente della repubblica. Chi ha colpito ha scelto questo momento con estrema accuratezza per indebolire anche gli sforzi della coalizione 8 marzo di cui fa parte  Hezbollah, oltre ai partiti tradizionalmente filo-siriani.

Ancora una volta chi ha ucciso a Beirut vuole destabilizzare il Paese, far ricadere la responsabilità sul coinvolgimento in Siria del movimento sciita per fomentare vendette settarie. Una trappola pericolosa che rischia di trascinare il Libano in un vortice di violenza che porterebbe le lancette dell’orologio indietro di almeno 30 anni. Un rischio che i libanesi conoscono bene e che difficilmente si sobbarcheranno. Ora più che mai è per il Paese fondamentale rimanere unito, come del resto è stato ribadito dal premier Salam, unito contro la minaccia terroristica che mai potrà vincere la volontà dei libanesi di pace e stabilità.