Si sa, oggi come allora l’Italia si candida come sempre al ruolo che più le spetta sullo scenario internazionale, ovvero quello della “lunching power”, pronta a sedere ai tavoli senza avere voce in capitolo. Il valzer diplomatico tipicamente italiano riflette la capacità del politico di turno di cercare una mediazione di convenienza con il convenuto di turno. Succedeva ai tempi della Democrazia Cristiana, nei fasti della politica neoatlantica degli anni ’60, accade ancora oggi, in quello che assomiglia soltanto ad un lontano parente di quello Stato illuso dalle proprie ambizioni internazionali, ma che effettivamente viene schernito puntualmente.

La macchietta di turno è il Renzi da Firenze che, pur di conciliare quelle finte soddisfazioni che l’Italia dice di togliersi a livello di politica estera, si lancia nelle più improbabili dichiarazioni d’amore verso lo Stato d’Israele, cercando nel contempo di difendere il – sedicente – determinante apporto della presenza italiana negli accordi sul nucleare iraniano. Certo è che, stavolta, il premier l’ha detta grossa; ma viste le asserzioni cui ci ha abituato nel recente passato, continua a seguire un patetico canovaccio degno del peggior chiacchierone. Al di là di improbabili congetture storiche per cui si ricondurrebbero le radici del nostro mondo allo Stato d’Israele – quantomeno eccepibile, viste le origini etrusche, greche, germaniche, balcaniche, arabe, nordafricane fuorché ebraiche del popolo italiano – secondo Renzi, Israele rappresenterebbe il nostro futuro, un modello cui l’Italia dovrebbe ispirarsi. Pur trascendendo l’aspetto delle sempre manifeste ambizioni di matrice democristiana di rendere l’Italia una potenza nucleare, cosa che lo Stato di Galilea è e che il nostro Paese – per fortuna – non sarà mai, lo scenario prospettatoci è tutt’altro che florido. Sull’onda della legittimazione dall’alto che l’ONU ha concesso agli ebrei di costituire un proprio Stato nella cosiddetta “Terra Promessa” e di espropriare con la forza i fazzoletti di terra da secoli abitati dagli arabi palestinesi, Israele si è negli anni identificato con un modello di Stato egemone e oppressivo nei confronti dei popoli attigui, calpestando nel tacito consenso della comunità internazionale tutti gli statuti che predicano il rispetto della sovranità altrui, occupando militarmente e senza consenso alcuno territori appartenenti ad altre nazioni.

È questo, dunque, che Renzi augura al popolo che rappresenta? Quello di essere oppresso da uno Stato sempre meno legittimato dal consenso popolare, sempre più lontano dalle esigenze dei cittadini, pronto a svendere il proprio patrimonio a vantaggio della tecnofinanza e delle lobby delle multinazionali? Ci accingiamo a diventare noi, italiani, i palestinesi, in un territorio – il nostro – in cui l’invasore non viene dall’esterno, ma lo abbiamo già in casa nostra, ed è rappresentato da chi ci governa. In un solo discorso il Presidente del Consiglio è riuscito ad infangare passato, presente, e futuro di una nazione al secolo gloriosa e imitata, oggi schernita, poi compatita. Così dal neoatlantismo, che presupponeva una qualche genere di ambizione egemonica nel Mediterraneo, così come fu disegnata dai vari esponenti della politica dell’epoca, con tendenze di forte amicizia e proficui legami economici con il mondo arabo, si è passati al servilismo più infimo, per di più nei confronti di Paesi senza una storia politica rilevante, che ci identifica come un piccolo pesce che deve accontentarsi delle briciole lasciate dai grassi conviviali, riducendoci all’impossibilità di assumere una posizione forte e decisa, sempre costretti a strisciare di fronte al padrone di turno. Per converso, all’interno, la vittima diventa carnefice, inveendo nelle maniere più brutali su un popolo succube dei propri governanti, che relega in fazzoletti di terra sempre più ristretti, imponendo al volgo la dispotica legge dell’altro.