Tra le mille e più perle di quella collana chiamata Oriente, c’è una favola indiana su una quaglia e un coniglio che, dopo aver furiosamente litigato tra loro per accaparrarsi una bella tana, decidono di rivolgersi a un gatto selvatico. Questo, fingendosi sordo e interessato a mediare tra le due parti, fa prima gradualmente avvicinare i contendenti, poi se li mangia in un boccone. È l’eterna storia del terzo, colui che gode fra i due litiganti. Giuseppe Sarti fece di questa lezione un dramma giocoso, basato sul goldoniano Le Nozze e citato da Mozart nel Don Giovanni. Ed è anche la storia recente dell’antifascismo italiano, impegnato a lanciare uova, imbrattare muri e spartirsi quartieri – in una gara con la destra radicale che, più che il profumo della passione genuina per la politica, ha il sapore della lotta per il monopolio della violenza. 

Flaiano ci perdonerà, da lassù, se abusiamo della sua lapidaria intuizione. Ma non è fine a se stesso ricordare che, in Italia, i fascisti e gli antifascisti sono due bestie della stessa razza, sempre pronte a sfidarsi e tirar di unghie tra loro mentre il gatto già pregusta il proprio pasto. Così è accaduto anche tra lunedì e martedì, alla vigilia delle commemorazioni per il quarantennale della morte di Sergio Ramelli, il militante del Fronte della Gioventù ucciso a diciotto anni. Insieme alle sedi di Forza Nuova Milano Sud e del sindacato Ugl, danneggiate durante la notte, è stata data alle fiamme la libreria Ritter, spazio culturale della destra milanese. Invece degli appelli contro la violenza, delle condanna del gesto da parte di politici e opinionisti, delle lacrimucce dei soliti indignati che a ogni pretesto ricordano i roghi dei libri operati dai nazisti (o tutt’al più, con un’aria saccente, Fahrenheit 451), in cassa è arrivato solo qualche articoletto di cronaca. Pretendere le dovute reazioni non è vittimismo; si muore di asfissia, in questo clima da anni di piombo. Accade quando si è alla fine di una parabola, quella dell’antifascismo, ormai caduto nel gioco delle fiamme e dei vetri rotti. Invece di farsi forza viva, di stimolare il dibattito culturale e di mobilitare energie intellettuali fresche, l’antifascismo preferisce le uova da lanciare ai comizi dei verdi e la benzina da donare, in fiamme, agli spazi culturali dei neri. 

È una società malsana, dall’ambiente ammorbato, quella che vuole bruciare i libri. Risente degli effetti di coloro i quali, appartenendo alla scuola beneducata della democrazia, cercano di mettere a tacere chi, pur trovandosi nella stessa barca, ha scelto l’altro lato della barricata. Lo è in primis perché non si accorge che oggi quei libri, ahimè, non creano problemi a chi siede sulle poltrone di velluto rosso; Houellebecq nei suoi libri ci ha ripetutamente suggerito, con la maschera di cinismo che gli è caratteristica, quanto le idee e gli intellettuali allo stato attuale non contino più nulla. E lo è, in secondo luogo, perché tra fratelli e tra concittadini è suicida distruggere i propri rispettivi tesori di carta e inchiostro, piuttosto che farli incontrare, discuterli, sottoporli a critica e magari portarli a una sintesi – tutto ciò presuppone una lungimiranza che ancora solo pochi possiedono.

Il lettore permetterà una piccola nota personale, e si stupirà (o forse no) nel sapere che il sottoscritto, avido frequentatore di biblioteche, ha trovato più di una volta i libri di Julius Evola, Carl Schmitt e di altri pensatori, siano essi cari alla destra come alla sinistra, gettati e nascosti dietro gli scaffali della biblioteca universitaria di fiducia, talvolta irreperibili, scomparsi senza che nessuno se ne accorgesse. La tensione tra rossi e neri si riversa nell’ambito culturale, lo stesso che dovrebbe smorzarla.  Alla fiera della mediocrità la sinistra antagonista non manca mai: c’è chi cerca, col fallito pretesto democratico, di impedire i comizi del buontempone padano, chi dà fuoco alla libreria Ritter, chi divelle le finestre delle sedi di partito. In alternativa, più che ripartire da Gramsci o Marx, da Lukács o Foucault, questi loschi figuri – tutti slogan e striscioni, con il loro fare da “mafia culturale” – si abbuffano tra un apericena vegano, una spaghettata antifascista, una grigliata popolare. Con tutte queste perversioni culinarie e politiche, c’è da auspicare che arrivino presto alla frutta.