di Nivasio Dolcemare

Quattro o cinque anni fa, quando il premier Berlusconi era già pencolante, Benigni lo pregava, lo supplicava di non andarsene. Lo diceva per far ridere. Riuscendoci, naturalmente. Scherzava sulla mafia, sulle olgettine che gli infestavano la camera da letto, su Ghedini che sarebbe tornato a fare film horror, insomma su tutti gli optional sui quali infuriava a quell’epoca la “guerra santa” per la democrazia; guerra che aveva il suo terminale televisivo privilegiato dalle parti di Fabio Fazio e Saviano, dove non per nulla era ospitato il divertente monologo di Benigni. I girotondi in strada, i raduni nei teatri, le ironie televisive, le barzellette velenose avevano sempre in Berlusconi il primo obiettivo: se la cultura italiana era in crisi la colpa era solo sua. Artisti e intellettuali non erano mai stati così attivi: Nanni Moretti, che aveva lamentato la mancanza di ricambio nel Pd, manifestava in strada davanti insieme a magistrati, attori e  costituzionalisti; Umberto Eco radunava nei teatri il fior fiore della coscienza civile e infiammava le menti raccontando che lui la sera leggeva Kant, i giornalisti non di scuderia facevano a gara per strappare a qualche ragazzina una confessione particolare (partendo magari per il Marocco a caccia di dati anagrafici su Ruby), mentre i giudici milanesi affastellavano testimonianze sui presunti misfatti commessi tra Arcore e palazzo Grazioli.

La sinistra moralista e benpensante (quella che Giuliano Ferrara paragonava ai puritani facendo finta di dimenticare che senza la loro forza l’America forse non sarebbe mai diventata quella che è), di Berlusconi pensava quel che avevano cominciato a  pensarne i membri dell’élite del potere, in Italia e all’estero, tutti già al lavoro (compreso il ministro dell’economia Tremonti del governo da lui presieduto) per dare il cambio a questo signore che nuoceva così tanto alla rispettabilità del Paese, facendo spuntare le corna nelle fotografie, nascondendosi per fare scherzi e leader internazionali, permettendosi amicizie pericolose per il sistema-mondo occidentale a cominciare da quella con il satanasso Putin.

Sappiamo come sono andate le cose: i veleni della della finanza internazionale in forma di spread, le trame quirinalizie, il lavoro oscuro del galleggiatore Gianni Letta, la pochezza politica del segretario Pd Bersani (quello che da ministro dell’economia aveva individuato i suoi nemici non nella finanza ma nei tassisti e nei benzinai), le parodie televisive, il montante clima d’opinione contro chi voleva affossare la costituzione e con essa la storia democratica italiana, la tenacia di un Napolitano nel resistere a qualsiasi tentazione popolare (squalificata come “populista”) e a insistere nel formare governi a sua misura, tanto ben accetti oltreoceano quanto fallimentari per il nostro Paese: quello del tecnico-marziano Mario Monti sotto il cui loden ritrovavano riparo tutti gli orfani della sobrietà e della morigeratezza, quello di Enrico Letta la cui giovane età e la passione calcistica sembravano poter far riavvicinare alla politica la tanto rispettata -ma solo a parole- società civile.

Rinfrancata dal passaggio Berlusconi-Monti così come da quello Bush-Obama oltreoceano, il mondo della sinistra concentrica, conformista e benpensante era riuscito finalmente a liberarsi dello spettro berlusconiano: via le olgettine relegate alle aule giudiziarie, via gli editti bulgari televisivi (quelli che avevano fatto di Biagi e Santoro due paladini dell’informazione libera), via le leggi ad personam firmate dai soliti peones sbalzati per un giorno sui titoli dei quotidiani. A loro posto, le prediche e i moniti di Napolitano, le speranze di un nuovo partito come Scelta civica che secondo il suo fondatore, Monti, poteva puntare al 40%, le solite incertezze di un Bersani in balia degli eventi (e di Napolitano), i raduni dei ministri di Letta nei conventi “per fare spogliatoio”, la classica “luce in fondo al tunnel” a tentar di sollevare i sempre più tristi umori nazionali.

Perché anche se ufficialmente non si poteva dire, la montagna napolitaniana aveva già cominciato a smottare: sotto il loden di Monti si era visto che c’era solo un senatore a vita e qualche freddo diagramma, sotto la gioventù di Letta c’era solo il vecchio travestito da nuovo. Perfino il deus ex machina Napolitano l’aveva capito, ma pur di non arrendersi e dire va bene, ho sbagliato, torniamo a votare, trova in un giovane rampante che da Rignano è riuscito a diventare (grazie all’amico Verdini) in pochi anni re di Firenze: prima alla provincia, quindi al comune. Si chiama Matteo Renzi e  in due primarie (svoltesi tra mille polemiche) è riuscito conquistare il castelluccio del Pd, già fragile per conto suo ma che Bersani aveva reso ancora più pericolante. Napolitano gli dà l’incarico, e pur tra qualche perplessità per il suo essere nominato e non votato,  la nostra (provata) sinistra ortodossa e benpensante (e spesso anche benestante) lo saluta come il salvatore che ci voleva, incoronandolo re alle europee come alfiere di una sinistra finalmente rottamatrice, realmente giovanilista e financo femminista. Accorgendosi poco a poco e controvoglia di essere tornati in fondo come nel gioco dell’oca al punto partenza, al Berlusconi tanto odiato: certo più giovane, certo più determinato a portare a termine riforme che in quanto “riforme” si per scontato siano di per sé salutari, certo più disinvolto (a parole) nei confronti di Bruxelles, certo lontano tanto da stanchi via vai notturni quanto da leggi ad personam; ma come quello contornato da un gruppo di fedelissimi della prima della seconda e anche dell’ultima ora pronti a rilanciarne il verbo con fede sovietica, come quello interessato ad aggirare ogni stupido intralcio liquidato come burocratico (compresi parlamento e commissioni), come quello disinteressato a investire davvero sulla tanto considerata (a parole) cultura, come e più di quello intenzionato a fare della RAI una specie di haus organ governativo.

Nonostante gli incerti e gli sconforti suscitati dalla “buona scuola”, nonostante le perplessità sui molteplici annunci e sulle simpatie marchionnesche, nonostante le sconfessioni sulla sbandierata abolizione delle province e della futura eliminazione della tassa sulla prima casa, nonostante l’abolizione dell’art.18, nonostante le accuse rivolte da esponenti del partito proprio a quella Rai3 cuore della sinistritudine (non Fazio, certo), nonostante una rottamazione rimasta sulla carta e nonostante il prosieguo parlamentare della storica alleanza con Verdini, nonostante le evidenti forzature al dettato costituzionale, nonostante manchi solo il Ponte sullo Stretto per realizzare il programma della Casa della Libertà del 2006, nonostante tutto questo la nostra benpensante intellighenzia di sinistra (tranne isolate eccezioni qui e là: un Saviano che protesta a nome del trascurato sud, uno Stefano Benni che rifiuta di ritirare un premio da Franceschini) se ne sta ancora al coperto. In fondo c’è da capirla: ammettere gli errori, le forzature, le svanverate e la continuità di questo governo con quello di Berlusconi sarebbe come ammettere il proprio stato confusionale: sarebbe costretta a rivolgersi a un bravo psicanalista, il quale non potrebbe fare altro che parlargli di ciò che Freud chiamava “perturbante” in cui si nasconde il nemico più pericoloso: quello che abbiamo dentro di noi…