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Gli ultimi riflessi dell’enorme buriana di vita e di sangue che fu il Novecento cadono ormai, uno dopo l’altro, sotto la spietata signoria del Tempo implacabile. Personaggi e storie rimaste a testimoniare le innegabili eredità di un secolo scomodo e troppo complesso per le anime belle della generazione Erasmus rovinano come ultime ridotte isolate, irretite dal contorto scenario del Duemila, logorate dal trascorrere impetuoso del calendario. In questo senso Fidel Castro e la sua Cuba sotto embargo impersonavano perfettamente quell’esperienza di reduci estremi di un Mondo di Ieri finito, sintetizzato dal borbottio incessante e anacronistico di vecchi simulacri di Cadillac anni Cinquanta scorazzanti divertite per le vie di L’Avana. Fasciato del verde della divisa militare, beato con la sempiterna compagnia fumante di un buon sigaro, il leader maximo poteva definirsi uno dei pochissimi superstiti dell’affondamento del titanic sovietico. Dopo aver passato indenne 638 tentativi di assassinio da parte dei mastini rabbiosi della CIA doveva infatti risultare abbastanza semplice schivare l’iceberg Gorbaciov e mantenere l’isola caraibica sulla via cubana al socialismo. E così è stato.

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Fidel con Ernesto Che Guevara

Sino alla Rivoluzione Cuba costituiva una sorta di enorme resort per i piaceri volgari e vili della vicina America puritana. Casinò, bar, donne e alcol rendevano la splendida e lussureggiante perla dei Caraibi un paradiso di vizi per yankee beoni e mafiosi ansiosi di riciclare i verdoni guadagnati sul Continente. Come in tutte le storie latinoamericane, un governicchio corrotto e appecoronato faceva finta di nulla pascendosi beato delle mazzette e dei piaceri concessi dallo Zio Sam. E mentre Fulgencio Batista ospitava nel palazzo presidenziale i vari don di Cosa Nostra la gran parte della popolazione viveva in nera miseria martoriandosi le mani e le anime nelle piantagioni di canna da zucchero. Poi arrivarono i barbudos, e nulla fu più come prima.

Una lezione di storia e giornalismo  

Cacciati gli alcolizzati, espropriati i capitali stranieri, nazionalizzate le risorse l’avvocato Castro- insieme al dottor Guevara- portarono Cuba in una nuova era fatta di scuole, ospedali e progresso. Nonostante l’embargo, al netto degli innumerevoli tentativi di distruzione dello Stato rivoluzionario a opera dei vecchi padroni di Washington, Fidel ha contribuito all’innegabile avanzamento della giustizia sociale e dell’uguaglianza vera e profonda del popolo cubano. Il tutto unendo al Socialismo interessanti elementi di patriottismo che fanno dell’ideologia castrista una pericolosa alternativa all’ovunque imperante adorazione del Capitale liberista e, altrettanto, un contraltare serio e studiato alle happy-derive mondialiste della gauche caviar

Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni epoca e in ogni circostanza, ma mai, senza lotta, si potrà avere la libertà

I risultati, a mezzo secolo di distanza, sono impressionanti: 0,3% di analfabeti, 12% del PIL speso per istruzione (media U€ 4,9%) con il sovrappiù della totale gratuità della formazione per tutti i cittadini cubani. Dal punto di vista sanitario Cuba può contare poi su una quasi nulla mortalità infantile (4,2 per mille nati vivi) e un accesso alle cure a costo zero disponibile per il 93 per cento della popolazione; la piena occupazione è infine un dato di fatto. Statistiche degne di un paese “avanzato” che, comparate con la realtà drammatica del Sud America, evidenziano i successi dell’operato del regime. Non v’era libertà democraticalibere opposizioni, obiettano gli inutili idioti d’Occidente, ed in effetti è vero: ma è altrettanto vero che della libertà di vivere sotto larvata schiavitù o morire di fame e di stenti i cubani non ne hanno più sentito il bisogno dal 1959. E da quel giorno sino alla fine Fidel ha rappresentato un simbolo vivente di speranza e riscatto per quella moltitudine immensa di sfruttati e derelitti che affolla il Globo. Oggi che il Tempo ha infine chiesto il conto inesorabile ad un esausto novantenne, nel bene e nel male il mito prende il posto dell’uomo lasciando giustizia sociale, indipendenza nazionale e sovranità come poderose eredità della traiettoria politica ed umana del leader maximo. Se non è poi questa, in fondo, la vera libertà dei popoli…