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Questa non è la storia di uno di noi,  che di nascere per caso in via Gluck non ha mai corso il rischio (anche perché è nato molto lontano da Milano: a Napoli). No, questa è la storia di uno di loro, di un appartenente a quell’élite che dopo aver portato il Paese al fallimento (culturale ed economico), sempre più asserragliata nei propri privilegi, impaurita di fronte a quei sentimenti che essa stessa aveva generato, invece di interrogarsi sul proprio disagio ha pensato bene di chiudersi ancora di più, impedendo agli italiani, di tornare alle urne, di farsi prolungare il mandato di due anni, di nominare in quattro anni tre presidenti del consiglio uno dopo l’altro (Monti, Letta e Renzi), caduti uno dopo l’altro, dopo aver dato prova di acclarata incapacità di stabilire un qualche rapporto con quella società civile che teoricamente dovrebbero rappresentare e tutelare in parlamento.

Il trailer del film L.A Confidential

Questa è la storia di Giorgio Napolitano, che forse prima ancora di Renzi  si staglia come il grande sconfitto di questa avvilente stagione della politica italiana durata cinque anni e ingloriosamente finita come sappiamo sotto i colpi del 60% di NO. Un risultato arrivato a smascherare clamorosamente il colpevole, che si è rivelato abitare nel cuore delle istituzioni: proprio come nel finale di “L.A. Confidential”, il cui “cattivo” è il vecchio capo della polizia. Sconfitto e colpevole più ancora, se possibile, di Renzi in fondo. Sì, perché la condizione da lui posta al bulletto di Rignano, dopo averlo chiamato per disperazione al posto di Letta, fu che portasse avanti il disegno scellerato di riforme costituzionali, dove le riforme non servivano al Paese per far fronte alla crisi, ma a formare quella ragnatela indispensabile all’élite per mantenere il suo potere. Ricordate cosa disse Renzi pochi giorni dopo la famosa telefonata intercettata col generale della Finanza in cui spiegava che Letta era finito e che la sua smania stava per essere esaudita? Disse «Non sono attaccato alla poltrona come altri e sono stato chiamato da Napolitano per fare le riforme». Il sogno dell’allora sindaco di Firenze, entrare con il suo gruppo della provincia toscana nelle stanze del potere, si stava finalmente avverando, e pazienza se la condizione per farsi benedire dal presidente della repubblica era assecondare il suo piano riformatore. Era l’inizio dello scontro tra le due pseudo-élite, entrambe incapaci di esser all’altezza della situazione, per ragioni opposte: la prima perché troppo vecchia, distrutta da un’inadeguatezza diventata palese e punita nelle urne dagli italiani; la seconda perché troppo giovane e troppo sprovvista culturalmente per poter rappresentare il classico coniglio che forse Napolitano pensava di essere riuscito a tirare fuori dall’usurato cilindro.

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I protagonisti

La ragnatela dell’inquilino del Quirinale era cominciata con il governo Berlusconi, con il sostegno fatto trapelare per il dissenso di Fini e dei suoi scissionisti, con le trame contro l’”abusivo” di palazzo diventato ormai troppo sgradito tanto agli americani che agli europei, con il colpo della nomina a senatore a vita di quel Mario Monti che col suo loden e il suo “stile” avrebbe certamente ridato credibilità al Paese, lasciatosi convincere da qualche Jim Messina di turno che alle elezioni un suo partito avrebbe potuto raccattare anche il 40% dei voti (sic!). Come tutti ricordano non andò esattamente così, e le famose “riforme” diventarono subito fin da subito, all’indomani delle elezioni “non vinte” da Bersani, lo strumento di potere di Napolitano. Nell’incertezza di un governo che stentava a nascere (l’incarico “congelato” allo sturzellato segretario Pd), l’unica certezza era il potere del presidente della repubblica che a 80 anni aveva deciso di diventare -lui che liberale ex comunista in mezzo secolo di vita politica non aveva mai brillato su alcun versante compreso quello sedicente “migliorista”- della politica italiana una sorta di deus ex machina. A questo servivano i cosiddetti “saggi” da lui nominati e “formattati” in commissioni varie (prima dieci, poi trentacinque poi quarantadue, chiamati a occuparsi anche, nel silenzio colpevole di Letta, di disegnare un piano economico anti-crisi. Poi tutta l’architettura istituzionale si sfarinò (alcuni, come l’Urbinati e la Carlassare si dimisero, altri come Onida furono colti da “fuori onda” tv a confessare che queste commissioni non servivano a  nulla), lasciando il povero Enrico Letta a far i conti con tutte le debolezze possibili: le proprie, quelle di giovane e impacciato scolaro, e quelle del suo cattivo maestro, il quale ormai appariva sempre più lanciato nella sua corsa iperbolica: più aumentavano le difficoltà e più lui accentrava a sé tutto il potere. A costo, infine, di fronte ai fallimenti a ripetizione delle creature uscite dal suo laboratorio in cima al colle, di rivolgersi allo smanioso sindaco di Firenze che proprio grazie a una parola concettualmente aborrita come  “rottamazione” sembrava poter far al comodo suo nel giustificare in qualche modo il granitico rifiuto di sciogliere le camere.

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Il film

Lui, “re Giorgio”, continuava a giustificare il suo operato con la parola magica di sempre: “stabilità”. Continuava a sostenere (e  la stragrande maggioranza dell’informazione con lui) di muoversi perfettamente dentro gli ambiti della costituzione pur facendo il bello e il cattivo tempo in sede di governo, pur schierandosi dalla parte di Marchionne contro i sindacati all’epoca del referendum-capestro nella Fiat. Le riforme erano il suo scettro. E il suo terzo capo del governo poteva anche per farle passare, offendere a colpi di fiducia, di ghigliottine e canguri vari il parlamento, lui evidentemente non la pensava più come qualche anno prima, quando all’epoca delle riforme proposte da Berlusconi (2005), affermava: “E’ ovvio che le riforme costituzionali devono essere approvate con ampie maggioranze. l’unità costituzionale è il sostrato dell’unità nazionale’. Aveva ragione, allora: le ampie maggioranze (sopra i due-terzi) sono quelle che avrebbero permesso al governo Renzi di sottrarsi al giudizio del referendum confermativo rivelatosi ora esiziale per il ministro Boschi, firmataria della riforma che avrebbe cambiato il Paese, per il suo premier Renzi prodigatosi da par suo in una campagna in cui ha potuto contare, a differenza del Berlusconi 2006, sulla quasi totalità dell’informazione (le reti Rai e Mediaset, tutti i principali quotidiani a parte Il Fatto quotidiano e il Giornale); ma se possibile ancora più esiziale (anagrafe a parte) per chi in nome di queste benedette “riforme” ha fatto perdere al Paese cinque anni di vita e alla classe politica quella credibilità che come sapeva bene Elias Canetti deve essere la prima prerogativa della classe dirigente: l’autorità,  scriveva  infatti l’autore di “Masse e potere”, non può permettersi di deludere…«Non esiste politica senza professionalità come non esiste mondo senza élite», aveva detto Napolitano, replicando il vecchio adagio liberal aristocratico condiviso anche dall’amico e coetaneo Eugenio Scalfari. Ammesso anche che abbiano ragione, ce l’hanno però solo in teoria, perché nemmeno le élite sono più come una volta…