Successivamente all’approvazione della “Loi Travail”, il cosiddetto Jobs Act à là franḉaise, i nostri cugini d’Oltralpe hanno iniziato una protesta su scala nazionale contro il contenuto di questa legge, approvata sì, da un governo socialista che, tuttavia, di socialista sembra aver molto poco. Un governo che perde la bussola rispetto alle necessità di un popolo, che si sente trascurato, anzi, preso a calci da una legge che rimuove le già poche tutele che sono rimaste ai lavoratori. Studenti e lavoratori hanno messo a ferro e fuoco le strade di un paese intero, incazzati e invogliati a riprendersi ciò che un governo illudente e deludente ha sottratto loro.

Nel leggere questa considerazione ci si deve spogliare delle vesti del populismo e comprendere, nel senso più realista di queste parole, come la selvaggia deregolamentazione e la rimozione delle tutele stia annichilendo il valore della vita umana, che diventa un codice fiscale, una partita IVA, nell’inesorabile declino di quegli agognati welfare states che avevano diffuso il benessere fino alla fine degli anni ’60. Col tempo abbiamo ceduto la nostra tutela statale a compagnie private, che hanno tramutato un diritto sociale in un privilegio confezionato in un premio assicurativo e in un interesse passivo che ci ha illuso di renderci liberi in catene.

La Francia negli ultimi anni ha sempre dato un esempio a riguardo, duole ammetterlo ma è così. Ogni volta che lo Stato ha messo in atto un assalto neo-liberista sulla pelle dei cittadini, puntuali i cugini sono scesi in piazza a protestare, in maniera più o meno violenta, contro l’ossimorico concetto della dittatura della libertà. Oggi il governo francese ha dovuto attingere dalle proprie riserve strategiche, perché nel Paese tre raffinerie su quattro lavorano sotto regime per via degli scioperi. Le centrali nucleari sono minacciate dalle proteste, il che potrebbe condurre ad ulteriori disagi che già da diversi giorni stanno paralizzando Parigi e dintorni. Evidentemente il popolo sente sulla propria pelle il costo della libertà che se ne va.

All’italiano tutto ciò non interessa. La protesta dell’italiano consiste nel viaggiare per luoghi comuni, per lamentele che assolvono la sua coscienza rispetto ad un sistema che lo sta affamando, che lo sta impoverendo e annichilendo alla luce del sole. Ma lui attende, passivo. Finché c’è la femmina, i soldi e la “mortazza”, finché ad agosto va in ferie al mare, finché la domenica in TV c’è il pallone che lo degrada a bestia feroce, per sfogare la sua frustrazione, è contento così. L’italiano sta bene, nella sua ignoranza, non ha voglia di prendere il megafono, la bandiera e scendere in piazza a reclamare i propri sacrosanti diritti. Perché qui non si parla di privilegi, ma di diritti essenziali, quelli di non morire di fame e di freddo.

Non è uno sdoganamento dell’“etica della ruspa” che salverà questo Paese, ma l’istinto di sopravvivenza e di conservazione che devono suggerire per coscienza a difendere la propria integrità, propria e comune. Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola, diceva Longanesi. L’italiano deve alzarsi da tavola, per andare in strada, se a tavola ci vuole ritornare, col piatto davanti.