Da Guy Debord a Jacques Seguela, passando per Gianni Pilo (ve lo ricordate, il pelatino sforna-numeri del Berlusconi del ‘94?) per finire con la renziana Dotmedia, anche il più sprovveduto suddito dell’oligarchia aka democrazia sa – e se non lo sa gli andrebbe tolto il diritto di voto – che la politica è spettacolo, umore del momento, trasposizione del marketing commerciale con altri mezzi. In pratica, i guru dai cervelli fumanti e le immaginifiche agenzie di comunicazione hanno preso il posto dei cari vecchi centri studi e dei cari vecchi intellettuali più o meno organici – vil razza dannata, ma colta e ragionante – che fornivano dati, analisi e visioni su cui impostare la linea e la strategia del partito o del leader.

In questo senso, proprio il caso della Dotmedia, spedita a dare una botta di renzismo alla campagna elettorale di Alessandra Moretti in Veneto, è stata da manuale. Da manuale della figuraccia, s’intende. Non ne ha imbroccata una, lo spin doctor fiorentino Patrizio Donnini. Ha fatto battere alla Ladylike del Pd ben 534 Comuni, cioè tutti i Comuni veneti, paesino per paesino, per dimostrare quanto “ascoltasse” il territorio profondo. Peccato che il tutto si riducesse a uno sprizzetto con annesso comizietto, orologio alla mano e via, verso un’altra tappa del tour. E’ “ascolto”, questo? E’ solo una grande quanto inutile faticata, una passerella per far conoscere in carne e ossa una diva da talk show (perché questo era ed è rimasta, la Moretti, e per noi non è un complimento), che invece sarebbe stato meglio non far conoscere. Basta parlarle cinque minuti, per avere l’esatta conferma che la donna, pur bella e simpatica, ha lo spessore dell’aria.

Poi s’è messo in testa, l’inesauribile team di Donnini, di farle sparare a palle quadre contro l’avversario, il leghista tutto sommato moderato Luca Zaia, che aveva fatto poco (e qualcosa male, come ad esempio dar corda alla smania asfaltatrice della lobby delle “grandi opere”), ma quel poco era riuscito ad ammantarlo di venetissimo pragmatismo e altrettanto venetissimo astio contro lo Stato centrale romano. Aveva insomma ben interpretato, sia pur a modo suo, il sostanziale conservatorismo individualista di Toni Mona, il veneto medio: niente avventure idealiste, niente cambiamenti radicali, meglio la continuità. Meglio tenersi, nonostante non si ricordi un suo atto storico, anzi proprio per questo, chi governa già. Chi non fa non sbaglia, giusto?

Non sarebbe giusto, però, dare tutta la croce addosso agli espertoni di Dotmedia. Non è colpa loro se la fase di traduzione in messaggi non è stata proceduta dall’altra, altrettanto se non più importante: un chiaro giudizio, documentato e pensato, su quali siano i bisogni e i problemi, gli interessi e le tendenze della società a cui si vuol rivolgere una proposta. E questo poteva farlo solo il Partito Democratico, se ancora partito si vuol chiamare. E non l’ha fatto. Perché non ne è più capace. E perché è vittima e complice dell’arroganza, intellettuale e umana, della fairy band di Renzi il ganassa. «Sto chiedendo a molte persone che cosa abbia fatto Luca Zaia nel Veneto: e ascolto molti silenzi…», aveva detto Donnini all’inizio della campagna per le regionali venete (Il Mattino, 16/1/2015). Il solo fatto che, planato in terra sconosciuta, avesse dovuto mettersi lui a capirci qualcosa, senza che nessuno dei politicastri veneti del Pd si fosse premurato per tempo, prova quanto sia disastroso e impolitico affidarsi ai comunicatori lasciandoli soli di creare e scorrazzare. Illudendosi, nello specifico, di replicare il modulo Renzi, del “vincente” a tutti i costi. Risultato: la Moretti ha fatto rimediare al centrosinistra veneto la più spaventosa sconfitta della sua storia.

La politica non si fa senza comunicazione. Ma non si dà politica senza società, senza cultura, senza teoria, senza radici. Pretendere di esportare ovunque un modulo di marketing rivela, oltre che la succitata superbia, tutta l’ingenuità di questi giovani arrembanti. E, in definitiva, profondamente ignoranti.