Giunge oggi la notizia della morte di Dario Fo, grande attore di teatro, non c’è dubbio. Ma anche regista, sceneggiatore, pittore… Dopo Vittorio Gassman, Carmelo Bene e Giorgio Albertazzi, con lui si chiude il ciclo di alcuni grandissimi del teatro italiano. Con la sua ironia, il suo sarcasmo, il suo umorismo e la satira pungente, ha fatto ridere milioni di spettatori. Pemio Nobel per la Letteratura, con il grammelot ha inventato una nuova lingua volgare, pescando qua e là tra i dialetti di tutta Italia. Con la sua arte competente è riuscito a trasformare in giullare perfino Francesco d’Assisi, raccontando la vita del santo in maniera molto più godibile ed efficace di tanti libri di Storia. Indimenticabile per molti è il suo Mistero Buffo. Indimenticabile. Ma se lo si vuole ricordare, lo si deve fare bene. Vanno ricordati fatti e misfatti, glorie e cadute. Sennò si fa apologia e non memoria.

Ricordiamolo per bene, allora. L’autore di Mistero Buffo ha fatto scuola col suo teatro. Nato nel 1926, a Sangiano, nel Varesotto, fu tra i giovani balilla che andarono a Salò. La cosa non deve stupire, è una questione anagrafica. I ragazzi nati a fascismo imperante, quasi tutti, andarono ad ingrossare le smilze fila della Repubblica Sociale Italiana nata in seguito alla destituzione di Mussolini. Carlo Mazzanitni, nel suo I balilla andarono a Salò, lo spiega bene. Se andiamo a scorrere le foto dei repubblichini di allora vedremo solo visi imberbi, ragazzi che a mala pena raggiungevano i vent’anni. Cresciuti sotto il segno del “Duce”, avendo imparato dai genitori, dai maestri, dai professori, dagli intellettuali che una nuova Era e un Uomo nuovo erano nati, imbevuti di retorica eroistica, andarono a combattere per la Patria perduta in nome di un passato che non si sentivano di negare. Tra quei giovani imberbi c’era anche Dario Fo, che l’8 settembre 1943 aveva solo diciassette anni. Fedele al proprio passato andò a combattere volontario tra i parà della RSI, nel Raggruppamento A.P.A.R. di Tradate, per la precisione.

rsi_dario_fo

E fin qui, nulla da dire, nulla da obiettare. Ci mancherebbe che si faccia il processo al passato, ad un ragazzo che, indottrinato di retorica nazionalista fin dalla nascita, andò a combattere tra i giovani fascisti di Mussolini. Che male ci sarebbe, nell’ammettere di aver fatto una scelta, oggi criticabile, a diciasette anni? Era solo un ragazzo e, si ripete, la questione è anagrafica. Ma sono le omissioni, le bugie, i cambi di bandiera a ottanta, a novant’anni ad essere inaccettabili. Nel libro-intervista Il mondo secondo Fo pubblicato da Guanda nel 2007 (ottant’anni compiuti dal Premio Nobel) il vecchio Dario, incalzato da Giuseppe Manin, parla della sua vita, la sua infanzia, le sue goliardie giovanili… il Varesotto, Milano, l’incontro con Franca Rame – amore di una vita -, ma non parla mai del suo passato da repubblichino. Lo fa solo obtorto collo, cioè solo in seguito alla domanda che l’intervistatore gli pone. La risposta, due righe in tutto il saggio (poi niente più), fu che andò volontario tra i parà dell’esercito della RSI per far cadere le accuse di antifascismo che pendevano sul padre, per paura di una rappresaglia fascista. Il ragionamento che ne vien fuori è più o meno il seguente: se mio padre viene accusato di essere antifascista e io vado tra i fascisti, l’accusa cade. Che è un po’ come dire che se si viene accusati di omosessualità, per far cadere tale accusa, si va a stuprare la prima bella ragazza per strada, e il gioco è fatto. Non fa una piega.

Le argomentazioni di Fo, del Premio Nobel Dario Fo, sono davvero poco credibili. Sanno un po’ di paraculata. Il suo compagno di avventure Giorgio Albertazzi, praticamente suo coetaneo, andò anche lui a combattere coi repubblichini. Ma non lo ha mai negato. Lo ha sempre ricordato, dicendo invece che vi andò con spirito anarchico, contro i preti e contro il “re fellone” – e in effetti ci furono queste frange anarchicheggianti tra i repubblichini – non rinnegando mai la sua scelta, nemmeno a ottanta, a novant’anni. Nel suo libro di memorie Un perdente di successo, Albertazzi dedica almeno un terzo del libro alla sua infanzia fascista e alla sua esperienza di Salò. Altro che due righe striminizite tirate di forza e con una scusa ridicola! Fo, come Albertazzi, è un grande attore, nessuno lo nega. Ma il secondo è stato anche un grande uomo. Perché il coraggio delle proprie scelte e l’anticonformismo sono doti necessarie, requisiti minimi per essere definiti tali. E a Fo mancarono sempre. Dario Fo, a differenza di un Giorgio Gaber, non era un intellettuale di sinistra. Ma della sinistra, perché gli appartenne sempre. Come ci appartiene un bene, un oggetto in seguito alla stipula di un contratto. Era un partigiano, certo! Ma nel senso gramsciano del termine, cioè di colui che parteggia, che prende una parte e diviene fazioso.

Non si dimentica il Soccorso Rosso Militante di cui Dario Fo e Franca Rame furono gli esponenti più in vista. Fu, durante gli anni di Piombo, una struttura organizzativa  atta a prestare soccorso e assistenza legale ai giovani sessantottini incarcerati duranti gli anni della Contestazione. Non fu una semplice presa di posizione, ma un legarsi mani e piedi ad una fazione politica che ha un suo continuum nella vita del grande attore di teatro. Ricordando la morte misteriosa dell’anarchico Pinelli, volato giù dalla finestra della questura di Milano in seguito all’interminabile interrogatorio a cui fu sottoposto, in quanto sospettato di aver avuto un ruolo nella Strage di Piazza Fontanta, Dario Fo portò in scena Morte accidentale di un anarchico. Uno spettacolo che aveva una tesi che veniva spacciata per verità assoluta. E cioè che fu il Commissario Calabresi, soprannominato “Commissario Cavalcioni”, a buttare dalla finestra l’interrogato. Il soprannome gli era stato affibbiato in quanto –sempre secondo la tesi di Fo- era sua abitudine mettere gli interrogati a cavalcioni sulla finestra per poi farli volare giù a calci in culo. Si scoprirà poi che il Commissario Calabresi non era nemmeno in questura al momento in cui avvenne il misfatto. Fo, il conformista Dario Fo, fu tra le 757 personalità di spicco della società italiana che firmarono la lettera pubblicata il 10 giugno 1971 dal settimanale L’Espresso, in cui si formulavano una serie di accuse nei confronti del commissario Calabresi, dando per scontata l’uccisione di Pinelli per sua mano o per responsabilità diretta. Come ricordato in un articolo di qualche tempo fa, quella lettera risuonò come una vera e propria condanna a morte. Tant’è che, un anno dopo la sua pubblicazione, Luigi Calabresi verrà freddato dai sicari di Lotta Continua. Giustizia proletaria fu fatta.

Scena del delitto Calabresi

Era il 17 maggio del 1972. Dario Fo non farà mai ammenda delle sue prese di posizione, della sua firma a quella lettera, di quello spettacolo orrendo. E come se non bastasse -ciliegina sulla torta- Fo, il partigiano Fo, il 19 febbraio 2013, davanti alla folla del Movimento Cinque Stelle, è riuscito a dichiarare: “mi sembra il giorno della Liberazione!”. Senza arrossire ed essere coperto di fischi. Davvero! Peccato che Dario Fo, il Premio Nobel Dario Fo, ex camicia nera, quel giorno non poteva essere in piazza a festeggiare la caduta del Fascismo. Era volontario tra i parà nell’esercito dei giovani disposti a morire per Mussolini. Forse tutto questo per molti era un mistero. Buffo? No. Perché più che una commedia pare una farsa. Eppure oggi tutti vivono la morte dell’attore come una tragedia. Qual’è il suo posto? Nessun Inferno per Dario Fo. Ma nemmeno nessun Paradiso. Il Purgatorio può bastare. Pare equo. Franca Rame, la sua (unica) hurì che vola alta nei cieli, dovrà attendere a lungo prima di rivedere il suo amato. Egli ha ancora molto su cui riflettere, molto da confessare. Prima deve svelare il suo mistero buffo al suo pubblico di fedeli. Nato fascista, morì partigiano in festa durante la Liberazione. Buffo, davvero buffo. Tale può apparire a chi lo scopre, solo ora, falsario della Storia: la sua. Indimenticabile, si diceva. Appunto. È stato un grande. Un grande attore, un grande autore, non lo dimentichiamo. Ma anche un grande falsario, un gran conformista. E noi non lo scordiamo.