La notizia vera è che Rosario Crocetta ha pianto. Finalmente. Perché da due anni e mezzo la Sicilia, eletto un governatore “antimafia”, “anticonformista” e “antisistema”, sentiva di essere ostaggio della vulgata per cui egli, in questa terra arida e mafiosa, fosse venuto a farsi martirizzare ad maiorem Dei gloriam. Invece, dopo le intercettazioni pubblicate dall’Espresso e oggetto di conferme e smentite incrociate con la Procura di Palermo, il governatore si è autosospeso. Che non vuol dire nulla. E ha pianto, che vuol dire molto.

Crocetta è scoppiato in lacrime per quel silenzio seguito alle parole di Matteo Tutino, intercettate dagli inquirenti e ora date in pasto alla stampa italiana. Lucia Borsellino, assessore regionale alla sanità dimessa da qualche giorno, «va fermata. Va fatta fuori come suo padre». Così diceva Tutino a Crocetta, di cui è medico personale addetto allo “sbiancamento anale”. E Crocetta zitto. Una vicenda che più fitusa non si può, come dicono i siciliani. Il governatore ha detto di non aver sentito la frase. E si è autosospeso. E ha pianto. Quel pianto, in un uomo del resto sensibile ma ostaggio della peggiore politica che la Sicilia abbia conosciuto negli ultimi vent’anni (sì, compresi Cuffaro e Lombardo), ha il sapore di un’ammissione. Che non sposta nulla, perché Saro se l’è cercata, sin da quando mise la sua candidatura al servizio della strana coppia PD e UDC nel 2012. Che si aspettava, di fare la rivoluzione? Di rivoltare la Sicilia come un calzino? O piuttosto di soddisfare una certa vanità che non è facile, nel clima attuale, definire femminile, ma che certo lo è?

Finisce così, tra lacrime e infamia. Non la passerà liscia, comunque vada a finire. Davide Faraone, emanazione siciliana di Renzi, ha già twittato: «Inevitabili dimissioni Crocetta e nuove elezioni. Quelle parole su Lucia Borsellino una vergogna inaccettabile» Più prudenti i vertici del partito, ma il senso è quello di un’inevitabile scomunica di Crocetta e della cosiddetta “rivoluzione”, antimafia e antisistema, che il governatore aveva promesso senza avere mezza speranza di realizzarla. Vanità, appunto: e la vanità è un peccato grave non solo in religione, ma anche in politica.

Dell’uomo resterà solo una gragnola di dichiarazioni e titoli di giornale che letti di seguito raccontano la storia di un senza coraggio: “Se vengo eletto dico addio al sesso”. “La rivoluzione è già iniziata”. “Sono il nuovo Giuseppe Fava”. “Taglierò il mio stipendio della metà”. “Il Maestro Battiato assessore”. “Stiamo cambiando la Sicilia”. “Blocchiamo il Muos”. “Ha chiamato Obama”. “Il PD dovrebbe accendermi un cero”. “Battiato si dimetta, frasi inaccettabili”. “Il mio stipendio sono fatti miei”. “Accordo con il PD e l’UDC”. “Ringrazio Dio per ogni giorno che mi manda”. “Non mi fermeranno”. “Io dico no”. “Sto facendo la rivoluzione”. “Sono antisistema, contro di me intimidazioni mafiose”. “Non voglio mettermi contro Renzi”. “Non avevo sentito”. “La vittima sono io”. “Mi autosospendo”.