Parliamoci chiaro, compagno Manifesto: quanto sei contento che da oggi 4 anni e mezzo di guerra e 220mila morti in Siria verranno rimpiazzati da elegantissime discussioni di ermeneutica giornalistico-fotografica?

Lo anticipo subito: saranno giorni intensi, in cui si parlerà senza sosta di quell’opera d’arte riproducibilissima, di quell’inchiostro a colori su carta riciclata. E loro diranno che non è bello mettere certe foto in faccia alla gente perbene, che almeno si mettano in seconda o in quarta pagina, e tu dirai che è proprio lì il coraggio, né in seconda né in quarta ma in primissima, mentre alcuni eroi sosterranno che quella foto la dobbiamo ingrandire e appendere in cameretta, e altri campioni sensibilissimi grideranno “giammai!”. E intanto la Siria muore.

Se posso permettermi, peccato soltanto per alcuni aspetti. Peccato che non ci si chieda più il perché delle cose: così come piove o c’è vento, ormai prendiamo atto che nel pomeriggio potrebbero verificarsi rovesci di imbarcazioni piene di profughi. Siamo così presi dal desiderio di mostrarci compassionevoli, che non abbiamo neanche il tempo di chiedere che fine ha fatto la loro famiglia, sotto quali bombe è crollata la loro casa, se possiamo fare qualcosa per ricostruirla. Peccato per questo imbarbarimento del pubblico dietro il paravento di un impegno civile fieramente sentimentale ed irrazionale. Peccato perché un giornale dovrebbe proprio aiutare i lettori ad unire i pezzi del puzzle che li circonda, e non contribuire a smembrarlo e a mostrarne solo i frammenti più sensazionali. Peccato perché ciò contribuisce alla depoliticizzazione della politica, e alla fine, nell’arretramento di rivendicazioni da parte della ‘sinistra radicale’, la giustizia sociale viene sempre più spesso sostituita dall’elemosina. E quindi secondo te i bambini siriani ormai hanno diritto solo a non annegare mentre vengono sbattuti in giro per il mondo. Del diritto di crescere degnamente nella loro patria, libera e sovrana, non se ne parla nemmeno. Peccato, compagno Manifesto.