Matteo Salvini si trova in Israele per una tre giorni di incontri con rappresentanti delle istituzioni di Tel Aviv.

La prima in Israele è solo uno dei passaggi di internazionalizzazione del Carroccio da quando Salvini è segretario, il che è di per sé un fattore positivo, come testimoniano i viaggi alla Duma, la liaison con il Front in Francia, la semi-seria delegazione a Pyongyang o i già pianificati viaggi in Giappone e Stati Uniti nei prossimi mesi.

Seppur raramente la sostanza può prevalere sulla forma e riesce a smascherare l’assoluta inconsistenza del salvinismo e far scivolare il segretario sulla buccia di banana della geopolitica da bar sport, non fossero bastate le esternazioni sulla Persia o le ambiguità sull’Ucraina degli anni passati.

Salvini ha incontrato il presidente della commissione esteri e difesa- sì in Israele è un tema unico- Tzachi Hanegbi, fan di Putin a sua detta, e il vice ministro ai rapporti regionali e all’immigrazione Ayoub Kara dopo aver avuto un colloquio con il vice presidente della Knesset Nachman Shai. Oggi incontrerà Avigdor Lieberman, suo omologo leader del Beitenu, a testimonianza di quanto conti in Israele tracciare un solco dialettico con le destre italiane presunte identitarie dopo anni di amicizie scomode con Gheddafi etc.

Il segretario elogia il “modello sicurezza” israeliano e biasima le politiche anti Israele dell’Ue- ci dica quali-  mostra una certa confusione sugli assetti del nord Africa, Libia ed Egitto in primis, e sfrutta i moniti israeliani all’Europa dell’accoglienza, facendo leva sul pericolo terrorismo.

Da questa missione emerge con chiarezza che il modello salviniano condividerebbe con Tel Aviv più di un cerimoniale diplomatico.

Salvini e Israele hanno in comune la valutazione dei problemi come fisiologia e non come patologia; la stucchevole e distruttiva retorica islamofoba, la sicurezza, l’ordine sociale sono nel pensiero di Salvini, oltre che chiaro opportunismo elettorale, l’indice minimo della sua alfabetizzazione politica e nulla più, proprio come Israele parla solo alle paure e mai alle speranze della propria gente o come conduce gli affari domestici sotto la prammatica del domi belloque romano, uno Stato di guerra, non in guerra, come ha riaffermato Ya’alon a gennaio affermando che preferirebbe una Siria del Daesh a una di Assad e Iran.

Oltre questa coltre nuvolosa in Salvini c’è quasi nulla: la Russia non come attore geostrategico fondamentale ma come opportunità persa per le nostre imprese, l’FN come partner d’occasione elettorale e non come pars construens di una nuova Europa.

Via breve quella del rifugio nell’israeofilia, scorciatoia per i pigroni dell’analisi e dell’approfondimento, che ha deciso di seguire Matteo Salvini, sempre più convinto che la sua opaca declinazione pol.corr. faccia breccia nei c.d. moderati o peggio ancora in quella Milano- Lombardia, come sistema morale, orfana di Berlusconi con cui, prima o poi, si dovrà fronteggiare.

Il segretario parla alla pancia delle persone perché è quella che usa quando pensa, del tutto incapace di valutare i fenomeni odierni nella loro complessa globalità.  Questo è un rischio che si corre quando si danno risposte semplici a domande difficili.