La ricorrenza faziosa del 25 Aprile vede ogni anno una lunga teoria di critiche contrapposte e barocche, sviluppate e gridate quasi ad onorare una non-tradizione sviluppatasi lungo il corso dei sette decenni della nostra vita repubblicana. Entrare nel merito della vicenda è francamente penoso: da un lato il logorroico peana antifa ripetuto meccanicamente da nuove e vecchie leve della galassia sinistrorsa, in rigorosa tenuta arcobaleno noborders. La liturgia resistenziale, fatta di canti vetusti e pastasciutte rivoluzionarie si dipana pigramente entro i viali d’ogni città italiana, tra l’apatia latente della maggioranza silenziosa e silente, intenta a preparare la brava gita fuori porta. Il campo avverso, invece, malato di nostalgia, si dispera ricordando i bei tempi andati, i fasti imperiali, le sfilate militaresche, l’ordine e la pulizia del Regime, tra una bottiglia di vino Mussolini e un calendario comprato a Predappio.

E a Sparta e ad Atene, dunque, il pittoresco gretto e meschino s’impone sulla Storia, ingiuriando i morti, schifando i fatti. Alla fine della fiera, come sempre, chi risulta offesa è l’Italia. La festa nazionale, così come è stata concepita nel corso dell’Ottocento romantico, svolge una precisa funzione: nel gran corpo della religione civile dello Stato, infatti, occorre offrire al cittadino una serie di miti, ricordati in date specifiche, alla guisa delle festività religiose. Il 14 luglio in Francia, il 4 luglio negli USA, il 9 maggio in Russia costituiscono chiari esempi in questa direzione. Date inclusive, che rammentano ai posteri momenti fondamentali della vita nazionale, riuscendo a collegare idealmente le varie generazioni che hanno costituito e costituiscono il popolo d’uno Stato.

In Italia s’è voluto esaltare invece una data faziosa, che ha in sé i geni della divisione, della discordia, del disprezzo reciproco. Il 25 Aprile, infatti, non rammenta la Liberazione, ma la sconfitta rovinosa della RSI ad opera degli Angloamericani, coadiuvati da un tardivo ed effimero nucleo di partigiani. In soldoni, si ricorda l’esito, finale e tragico, di una guerra civile infame e sanguinosa, combattuta in maniera barbara e crudele, mentre la Patria veniva invasa e sconvolta da eserciti nemici in lotta, come al tempo delle guerre d’Italia del Cinquecento.

Come se non bastasse, l’evento ha un significato profondo, indipendentemente dall’ideologia politica, soltanto per una parte d’Italia, quel Settentrione martoriato dall’occupazione nazista e dalla guerriglia delle bande. Per un siciliano, per un napoletano, per un romano, la guerra era già finita nel 1943 e nel 1944: quel mercoledì di fine aprile, nel Mezzogiorno come a Roma non successe materialmente niente, come nulla fu infatti la lotta antifascista al Sud per una evidente componente temporale. Una festa nazionale che, quindi, ha un carattere locale.

A ciò si sommi il gigantesco problema politico, dettato dall’esito degli eventi: neri sconfitti e demonizzati da una parte, rossi vittoriosi e mitizzati dall’altra. La pacificazione, impossibile ieri, pare ancora dura da ottenere nel 2016, in pieno XXI secolo. Troppe resistenze- è il caso di dirlo- si ergono ogni qualvolta si affronta il tema in maniera originale e scevra di pregiudizi, scatenando l’esercito dei dogmi e dei luoghi comuni su chi tenta di bucare il muro di gomma dell’epopea partigiana.

Il risultato è una completa disaffezione dei cittadini dalla data, oramai incompresa e assai distante dalla società contemporanea, che ha altri e ben più gravi problemi da affrontare. La sclerotizzata liturgia antifascista, così come il vetero-reducismo dei post-fascisti, risulta un rottame della Storia condannata dai tempi all’anacronismo. In un’epoca che muove l’attacco finale alle libertà e ai diritti dei popoli, continuare a difendere una data che divide e schiera gl’italiani è puro autolesionismo: dote congenita, purtroppo, dell’abitante dello Stivale.