Ecco che la working class britannica ha messo a tacere l’upper class degli europeisti da salotto, i grigiocrati, i burocrati, gli esponenti dell’alta finanza. Gli indici di borsa crollano e i media riportano i dati con la stessa enfasi d’una piaga d’Egitto. Siamo consapevoli dell’impossibilità – sia per le pochissime competenze in materia, sia per l’inesattezza di una scienza come l’economia – di atteggiarci a chiromanti e lanciare profezie fassiniane sulle conseguenze economiche e politiche della Brexit. Quello che più ci interessa è sondare la criticità di una consistente frazione dell’intellighenzia nostrana, che da un ventennio a questa parte non ha più dimestichezza con il concetto, temuto e ripudiato, di “popolo”. Usciti i risultati del referendum d’oltremanica hanno agguantato il loro smartphone lanciando tweet e omelie sull’errore commesso dagli inglesi. Severgnini, inviato a Londra per il Corriere, parla di scelta miope, dettata da un senso di rivalsa emotivo e irrazionale. Altri ancora parlano di voto razzista e xenofobo. Alain Elkann, sulla Stampa, commenta così: «Hanno vinto i vecchi, i nostalgici i furibondi gli egoisti i razzisti gli hooligans e i Populisti». Saviano, in un post su Facebook, lancia la sua reductio ad hitlerum ad orologeriam:  lui che è nato nel 1979, dice di aver visto, nel popolo inglese, lo stesso popolo che inneggiava a Mussolini e Hitler. Su Repubblica esce un articolo dal titolo teatrale che invoca alla tragedia:  “Brexit, la disperazione della generazione erasmus”. Ci immaginiamo invece la sofferenza di quanti dovranno pagare qualche sterlina in più per gioire del loro brunch a Picadilly Circus. 

E non si rendono conto, allora, questi intellettuali orfani del pensiero critico, progressisti eppure memori della lezioni anti-democratica del peggior De Maistre, questi borghesucci, arricchitisi a forza di ciarlare del proletariato (che del marxismo hanno preso soltanto la vocazione internazionalista), e che ci sfracassano le palle su tutte le reti nazionali ma che passano più tempo negli aereoporti o negli hotel delle grandi metropoli occidentali, che il loro senso di sbigottimento di fronte alla Brexit è lo stesso che hanno provato nel 1994 e nel 2008, quando non si capacitavano dell’elezione di Berlusconi a capo del governo. E allora giù con il popolo ignorante, semi-analfabeta, bigotto, provinciale ed emotivo. Giù con il clima pre-totalitario, da anti-camera della dittatura. Ma nessuno che si confronti invece, umilmente, con coscienza storica e sociologica, lasciando da parte astrazioni filosofiche o allarmismi tecno-finanziari, con il popolo e i suoi problemi, con gli oppressi della globalizzazione, con la classe lavoratrice, le forze vive e produttive della nazione, soggette impassibili, sin dall’alba dei tempi, al succedersi delle aristocrazie. Possibile che questi personaggi mondani, le star-system del politicamente corretto, i politicanti di professione, “ghetti semantici” alla mano, non riescono a confrontarsi con le esigenze che provengono dal basso, con le paure riguardo ai movimenti migratori, l’accentramento del potere, le disuguaglianze crescenti, le misure di austerità, e continuano a concepire il popolo esclusivamente come un massa lontana e informe, da intortare con la migliore strategia di marketing elettorale senza fornire uno straccio di contenuto politico.

E non si rende conto per altro, la sinistra invecchiata all’ombra del Caimano, di lasciare questo enorme spazio ideologico, questo campo incolto di rivendicazioni e proteste che stanno ristabilendo una dialettica cara al marxismo – quella tra oppressi e oppressori, tra alto e basso, tra ricchi e poveri – nelle mani di forze politiche populiste nel senso migliore e peggiore del termine. Al populismo sano da un parte, che fa valere il concetto di demos contro quello di élite, e anche a quello più destrorso, a cui il concetto di ethnos può scivolare via di mano facilmente e instaurare una guerra civile tra poveri. Qualsiasi crisi politica si manifesterà in Europa, la colpa sarà sempre di questa pseudo-élite demagogica, e mai, in nessun caso, delle scelte del popolo. Non se la prendano perciò di fronte agli omuncoli semi-carismatici che parlano alla pancia dei cittadini: è solo la causa della loro indifferenza. Perché alla fine, con buona pace di Gramellini e di quanti additano il risultato di questo voto agli adulatori della pancia, è con la pancia che si tira a campare, non con l’ideale di un’Europa buona per l’Erasmus.