Chi crede che la filosofia sia una scienza morta ha solo perso di vista il luogo in cui la si teorizza e la si pratica. Certo questo luogo non sono le accademie e le aule universitarie, dove si pensa, si specula, ma dove il nesso con la prassi è pressoché superfluo. E’ masturbazione intellettuale, non pratica filosofica: niente di più lontano dalle aspirazioni degli antichi filosofi greci. Eppure la filosofia esiste ancora, è viva, ci parla – stavolta non più dai libri di testo o dalle bocche dei sapienti, ma dai cartelloni pubblicitari che tatuano le città, dai banner online, dalle televisioni: gli oggetti e le cose oramai sono i soli che hanno qualcosa da dire, sono gli unici a proferire un discorso morale. Parlano di noi, del giusto, dello sbagliato, di ciò che è vero e ciò che è falso. Le pubblicità di una lavastoviglie o di una macchina hanno aspirazioni moralizzanti.

Questo per dire che il capitalismo non è solo una forma economica, ma “esistono – dice De Benoist – un’antropologia del capitalismo, un tipo d’uomo capitalista, un immaginario capitalista, una civiltà capitalista, un modo di vivere capitalista”. Ne consegue che una filosofia del capitalismo è valida e più prolifica che mai. A insegnarla sono i guru del marketing, gli esperti pubblicitari, gli spin-doctor; non solo vendono un prodotto, ma addestrano anche a consumarlo: creano modelli e insegnano una gestualità, un portamento, una mimica, un insieme di comportamenti e di pratiche condivise che finiscono per vomitare un enunciato morale. 

Questa rinnovata filosofia di vita, o lifestyle per intenderci – che tramite le cose ha già preso possesso dei corpi – ora si ritaglia due momenti spazio-temporali. Alla pari del modo di produzione neo-capitalistico, che è oppressivo in luogo di produzione, e permissivo in luogo di consumo, anche l’esistenza viene incanalata in questa dualità. Il motto “work hard, play hard” ne incarna una sintesi perfetta. Non è solo il titolo di un brano musicale, ma un sistema teorico e pratico di organizzazione e scansione del tempo. Più ti sottometti ai ritmi di produzione, alla flessibilità, al part-time, alla parcellizzazione del lavoro, più ti sacrifichi, più rinunci ad una vita dignitosa, più sei un automa durante la settimana, più accetti tacitamente le regole del gioco decise a monte: più ti potrai sballare durante il weekend, più ti potrai svagare (per due giorni!), più potrai godere, più potrai profittare della tua “confortevole, levigata, ragionata, democratica non-libertà” (Marcuse).

Cinque giorni settimanali mortificati in nome di una pseudo ribellione (quella dello sballo oltre ogni limite) non solo auspicata, incentivata, ma finalmente imposta dall’alto – perché non reca fastidio e muove capitali. Lo sballo è limitato e circoscritto in un arco di tempo ben definito. Tutto è impostato a scadenze fisse, gestito dal timbro oppressivo dei modi di produzione. “Thank God, it’s Friday!”: due giorni bastano a rifocillare quella psiche che per 120 ore, “lavorando sodo”, si è sottratta al principio di piacere ed ora ci rientra a gamba tesa. Il Weekend siamo rivoluzionari, in settimana proletari.