L’Italia non è un Paese di radicali, ma di cittadini per loro natura moderati. Nessuna scelta drastica, solo compromessi. Questo fa di noi un popolo ospitale e in genere poco aggressivo, anche con lo straniero. A Roma, qualche giorno fa, una coppia ultrasettantenne (!) in uno spaccio di cinesi insegnava il romanaccio al commesso asiatico. Le accuse di xenofobia di cui ci tacciano gli intellettuali di servizio non ci trasformeranno mai in xenofobi. L’odio non è italiano, richiede uno sforzo fisico e cognitivo che ci risparmiamo volentieri. Eppure la questione migratoria sta diventando un problema con il quale non solo le istituzioni, ma il Paese reale tutto deve confrontarsi.

Per fortuna, mentre l’Europa inneggia al laissez faire, a Fassino, Presidente dell’Anci (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) nonché sindaco di Torino, è venuta l’idea geniale. Parte così, di concerto con il Ministero degli Interni, il PAI (Piano Azione Immigrazione) per formare gli impiegati delle amministrazioni comunali all’accoglienza dei “cittadini dei paesi terzi”. Certo li accogliamo, ma non sotto casa di Fassino, bensì nei piccoli comuni con meno di 5000 residenti. In quei luoghi ameni che sono i più rappresentativi dell’Italia profonda, della sua storia e delle sue tradizioni, luoghi su cui la politica istituzionale specula, promettendo di proteggerli (per ritrovare un velo di innocenza), salvo poi distruggerne il paesaggio e le risorse. Addirittura i comuni in cui verranno “integrati” – meravigliosa parola! – gli immigrati, vengono detti “beneficiari”. Forse perché in effetti arriveranno loro dei fondi che, però, data la malapolitica e l’incompetenza, ci chiediamo dove andranno a finire.

La nostra classe dirigente sa che anche da una simile operazione non ne verrà fuori né una rivoluzione, né una rivolta. Gli italiani sono già troppo impegnati a tirare a campare per potere provare sentimenti xenofobi nei confronti di altri disgraziati che Alfano vorrebbe far lavorare gratis. Ai malcapitati toccherà gonfiare le fila dei sindacati, che senza di loro chiuderebbero i battenti, o, sottopagati, lavoreranno nelle ex industrie nazionali ora in mano straniera. Di lì sicuramente qualche tensione, qualche picco di violenza che prima o poi passerà. Ma ciò che ci rattrista è che gli italiani, essendo il nostro un Paese rurale e non urbano, hanno tutti bene o male radici in quei piccoli borghi medievali in cui fanno ritorno quando ne hanno l’occasione. Da lì proviene un senso di appartenenza, un richiamo, una differenziazione con l’altro che però ci identifica, una forza pluralista che nessun altra Nazione, privilegiando il senso di appartenenza allo Stato centrale, possiede. E verranno meno anch’essi, mentre gli anziani residenti crepano e i figli partono – spinti dal mito cittadino – dai piccoli comuni pur di trovare un impiego part-time nelle metropoli sovraffollate.

Mio nonno mi disse di aver compreso la tragica fine dell’Italia quando dal suo paesino di origine, un compaesano migrò a Torino per lavorare come operaio alla Fiat. Ora non solo quell’abitante non c’è più, e non incentiviamo nessun ritorno dei giovani in queste terre piene di risorse, ma foraggiamo l’integrazione forzata dei migranti con lo scopo di sfruttarne la mano d’opera e distruggiamo definitivamente gli antichi modi di produzione a cui erano annessi i simboli che davano senso all’esistenza. Il Pai, con la sua veste friendly e accogliente, agli occhi di europei ed elettori, non risolve la questione migratoria (i comuni prima o poi imploderanno senza un freno ai flussi) e farà dell’Italia un ulteriore bordello.