Puglia. Torchiarolo, provincia di Brindisi. Qui gli ulivi sono considerati alla stregua di opere d’arte. I fusti degli alberi millenari si intrecciano e creano sagome che non hanno nulla da invidiare alle sculture di Rodin. Ma dietro questo paesaggio di giganti plurisecolari che attirano l’attenzione dei forestieri e dei turisti, c’è un’economia del valore di 492 milioni di euro l’anno. Nel 2011, la Puglia, da sola, ha prodotto circa il 35% dell’olio d’oliva nazionale, l’equivalente di 183 mila tonnellate. Sono 190 mila le aziende olivicole che producono olio e mille i frantoi attivi, tra impianti privati e oleifici cooperativi. La pianta di ulivo coltivata dagli antichi Messapi, popolo stanziato tra la Murgia meridionale e il Salento nel VIII secolo a. C., oltre ad essere una risorsa paesaggistica è un polmone verde che incrementa il fascino del tacco peninsulare e una vera e propria risorsa economica. L’oro del Mediterraneo, considerato sacro dai greci, dai fenici e dagli ittiti è quindi per i pugliesi un patrimonio che da sempre ha garantito “autonomia” e “autosufficienza”. Sappiamo bene, tuttavia, che questi due termini sono scomodi nel contesto di un’economia globalizzata che cerca di spartire radicalmente aree di produzione e aree di consumo per gestire al meglio prezzi e andamenti di mercato. Così anche alla Puglia si chiede di sacrificare a questo processo parte della propria identità.

Il tentativo di abbattere l’economia storica della Puglia si deve ad un soggetto sconosciuto nello spazio comunitario: la Xylella fastidiosa, un batterio fitopatogeno che a detta degli esperti ottura i vasi xylematici, ossia le “condutture” che trasportano la linfa dalle radici alle foglie dell’ulivo. Questi sintomi del CoDiRO (complesso del disseccamento rapido dell’olivo) tuttavia, sono sempre stati attribuiti ad altri fattori, tra cui il lepidottero e il rodilegno giallo, i funghi e l’uso improprio di pesticidi e diserbanti. Più in generale, però, si possono aggiudicare all’incuria nei confronti delle piante. Questo dato non ha inciso sulle opinioni del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e dell’Università di Bari, che hanno attribuito, senza troppe certezze scientifiche, il CoDiRO alla Xylella fastidiosa, batterio incluso nella lista stilata dall’UE sugli organismi nocivi da quarantena. La sua presenza comporta una serie di procedure che gli Stati Membri devono mettere in atto, nonché l’elargizione di fondi e di finanziamenti per la sua estirpazione. L’UE ha subito invitato le autorità “a istituire zone delimitate costituite da una zona infetta e una zona cuscinetto e applicare misure di eradicazione”. Dietro le precauzioni prese vengono stanziati fondi e rimborsi per le amministrazioni e gli organi competenti come lo IAMB – Istituto Agronomico Mediterraneo e il CNR di Bari – in materia di monitoraggio e analisi dei campioni. Sono già stati erogati 269 mila euro al CNR di Bari, e l’Efsa – European Food Safety Authority ha finanziato una ricerca per 60 mila euro. In questi giorni invece è stato indetto dalla Regione Puglia un bando da 2 milioni di euro per la prevenzione e il contenimento del CoDiRO. Intanto però, mentre si ricerca, i tagli degli alberi sono cominciati dal Febbraio scorso, quando il nostro Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina ha investito Giuseppe Silletti, già Comandante del Corpo Forestale della Regione Puglia, della carica di Commissario Tecnico straordinario. Il suddetto ha sottoposto all’attenzione del Dipartimento della Protezione Civile un piano di contenimento per far fronte all’emergenza Xylella. Il piano Silletti, riconfermato a Settembre – con tanto di indennizzo per i privati disposti a tagliare i propri ulivi – prevedeva l’abbattimento degli alberi infetti e di quelli presenti in un raggio di 100 metri (dopo un ricorso al Tar, però, il Piano deve limitarsi a tagliare solo gli alberi infetti), nonché il monitoraggio intensivo, l’eliminazione delle specie erbacee infestanti mediante l’uso di diserbanti, e l’applicazione di trattamenti insetticidi. Il tutto coronato dal divieto di reimpiantare ulivi. La procedura ha preoccupato subito la LILT – Lega Italiana per la Lotta ai Tumori-, poiché nella Regione con il più alto tasso di tumori in Italia, già incastrata tra l’Ilva di Taranto e la centrale di carbone Enel a Cerano, non è auspicabile un’ulteriore esposizione ai prodotti chimici. La maggior parte dei soldi stanziati dal Piano Silletti, inoltre, va all’Arif – Agenzia Regionale per le Risorse Irrigue e Forestali (presieduta dell’ex sindaco di Trepuzzi, Taurino), una società partecipata dalla Regione Puglia e da sempre al centro del dibattito per sprechi e consulenze d’oro.

Certi che le precauzioni prese dallo Stato e dalla Regione non sono del tutto cristalline siamo andati a verificare quanto sta accadendo. Gli attivisti che ci ospitano, carte alla mano, chiariscono le dinamiche della manovra. Ci mostrano un documento dell’EFSA reperibile online, che indica “la mancanza di dati sulla biologia del patogeno. Non si può dunque fornire un modello matematico accurato dell’espansione dell’epidemia: la previsione sarebbe altamente incerta e potenzialmente scorretta. […] non esiste al momento alcuna evidenza scientifica che comprovi l’indicazione che alcuni funghi, piuttosto che il batterio Xylella fastidiosa, siano la causa primaria della sindrome del disseccamento rapido degli ulivi osservata in Puglia”. La situazione sembra molto diversa rispetto allo stato emergenziale invocato dalle autorità. Nei pressi di Gallipoli non si vedono distese di ulivi disseccati ma è solo dell’1,8 la percentuale di alberi su cui si riscontra il batterio Xylella sul totale dei campioni analizzati, anche se un effettivo disseccamento delle piante è presente in fase statica e non espansiva., a macchia di leopardo e non a macchia d’olio. Si pensa quindi che il CoDiRO è da attribuire ad una sinergia di concause e non alla semplice Xylella. Sono sempre di più i contadini e gli studiosi che, attraverso dei metodi tradizionali, con il concime biologico, il rame, lo zinco, la calce e un’accurata potatura, riescono a dare nuova vita a quegli ulivi che erano stati bollati dal corpo forestale come infetti. È stato Xiloyannis Cristos dell’Università della Basilicata, per primo, ad affermare che non risulta una correlazione certa tra la Xylella e il disseccamento e che la pianta riesce a reagire e a combattere il batterio se adeguatamente curata. Così come lo confermano dopo 5 mesi di sperimentazioni, in una giornata di Studio organizzata dalla COPAGRI (Confederazione dei produttori agricoli) i Professori Antonia Carlucci e Francesco Lops: “La conta delle foglie e la valutazione dell’indice della clorofilla hanno dimostrato che le piante hanno superato la presenza del batterio e che riescono a sopravvivere” a dimostrazione che la Xylella non implica la morte dell’ulivo, ma l’albero può convivere con il batterio. Le cause a questo punto, sembrano altre e ben più profonde, da attribuire all’uso di diserbanti tossici come il Roundup della Monsanto, a base di glifosate, all’abbandono del territorio per i costi di produzione troppo alti e i compensi europei che subentrano per chi lascia i terreni a riposo.  

Di fronte a questa manovra emergenziale si addossano le ombre di speculazioni edilizie, agromafie e distruzione delle risorse del territorio. Se gli ulivi secolari fino ad ora avevano impedito la cementificazione del paesaggio, adesso si inaugurerà una corsa all’oro sui terreni. Ma non si temono solo i resort e i villaggi turistici, in ballo c’è anche la TAP (Trans Atlantic Pipeline), il gasdotto lungo 870 km che sbarcherà a San Foca (Marina di Melendugno), portando 10 miliardi di metri cubi di gas per 50 anni dall’Azerbajgian in Europa. Si aggiunge, come da rapporto Coldiretti-Eurispes, l’interesse nutrito dalle autorità per l’allargamento dell’autostrada SS275 da Maglie a Leuca “che sbrana 15 mila alberi d’ulivo”. Ma immaginiamo ancora queste terre liberate dai fusti dell’olivo quante altre colture ben più remunerative e intensive potrebbero ospitare, per la gioia di latifondisti e multinazionali. Il popolo pugliese, però, non resta indifferente e si organizza. L’EFSA aveva parlato profeticamente dell’avvento di una “guerra civile” visto il clima di tensione che sta emergendo. L’attuazione del Piano, che stanzia indennizzi per chi eradica gli alberi di ulivo, crea un profondo antagonismo tra i proprietari terrieri del luogo, i contadini che vi lavorano e gli attivisti che considerano gli alberi patrimonio dell’intera Regione Puglia. Ma ad un primo bilancio, dopo i fatti di Oria e poi quelli di Torchiarolo, dove gli attivisti e i contadini insieme hanno fermato le ruspe e obbligato gli operatori a ripiantare gli alberi abbattuti a spese del proprietario, vilipeso per aver accettato l’eradicamento in cambio di 300 euro ad ulivo, la società civile sta reagendo in modo compatto. A San Pietro Vernotico hanno bloccato, in segno di protesta, la stazione ferroviaria. A Torchiarolo hanno interrotto le strade con i trattori e impedito alla guardia forestale, sprovvista delle adeguate autorizzazioni, di fare i campionamenti sugli ulivi. Le associazioni, i comitati, i liberi cittadini che hanno messo da parte le loro inclinazioni politiche sotto la bandiera del “Popolo degli Ulivi” girano per le città della Provincia di Lecce e informano le popolazioni locali di quello che sta accadendo. Attraverso una sinergia tra via legale e lotta radicale, tentano i ricorsi al Tar e occupano spazi sul territorio consapevoli che la loro presenza può fermare l’abbattimento. Nel silenzio dei nostri media e del clero intellettuale che si riempie la bocca di moniti pasoliniani – a 40 anni dalla morte del poeta di Casarsa – senza mai rapportare il suo messaggio alla realtà, c’è una parte della popolazione che resiste alla compressione dei diritti, forte di una coscienza politica atavica di cui i pugliesi avevano già dato dimostrazione nel 1949. Come i braccianti di Arneo che manifestarono e lottarono contro i latifondisti per la concessione delle terre incolte, oggi i contadini e gli attivisti delle associazioni insieme omaggiano la memoria di Pasolini più di quanto non facciano i trafiletti dei giornalisti sulle colonne dei nostri quotidiani.