Mattarella contro lo spirito del tempo, o forse semplicemente senza averlo interpellato nella sua incarnazione renziana, premia, con la maggiore onorificenza di Stato, il sociologo della consulta nazionale anti-usura Maurizio Fiasco. Autore di uno studio dal titolo “Il gioco d’azzardo e le sue conseguenze sulla società italiana”, si sarà sentito contraddetto dopo aver letto il provvedimento della legge di stabilità, varata la settimana scorsa, che concede i permessi per l’apertura di 22000 punti gioco. Lo Stato, che da anni, almeno formalmente, investe soldi in campagne contro la dipendenza dal gioco, adesso si morde la coda e incentiva sotto traccia la ludopatia, così da raccogliere al volo qualche miliardo per sbandierare uno zerovirgola di crescita. Effetto a breve termine a parte, quello di trasformare una società del risparmio in una società dell’azzardo avrà comunque esiti negativi, comportando una depressione dei consumi, la contiguità con la malavita, l’immissione di risorse in un circuito stagno (che non concerne né beni né servizi), ma anche l’aumento di spese sanitarie e di assistenza sociale.

Forse Renzi non annovera nella lobby dei poteri forti i magnaccia delle slot machine, o forse cerca una scorciatoia per riempire al volo le tasche dell’Agenzia delle Entrate: non avendo più lo Stato un’industria strategica deve accontentarsi almeno del monopolio sul mercato delle videolottery. Eppure il premier ad Udine, sabato 17 ottobre, ci raccontò tutt’altra Italia, quella che “se si facesse un selfie” assomiglierebbe al video che subito dopo ha proiettato: foto – tristissime, prese da google, montate con MovieMaker – di Assisi, la pietà di Michelangelo, le Alpi, il Colosseo. Il santino funerario di un’Italia sparita – o almeno di quella trascurata – che però fa da discorso iconologico per le manovre che intervengono a sabotare proprio quello stesso sfondo. Il renzismo ha il monopolio sul paesaggio, sull’arte e sulla cultura, e lo utilizza a fini propagandistici per distruggere paesaggio, arte e cultura: una parabola all’insegna del gattopardismo che si è concretizzata nelle riforme dello “Sblocca Italia” e negli articoli della legge di stabilità.

Facciamo appello, perciò, ai renziani della prima ora, i sansepolcristi intransigenti che hanno appoggiato ingenuamente il movimento del fare a discapito del dire lanciato verso la modernizzazione contro gufi e baroni della politica, pronto a traghettare la penisola verso il cambiamento. Ora che il movimento si è normalizzato e si è fatto regime, ora che non è rimasto più niente del Renzi che arrivava in Mercedes alle porte di Sulmona, ma che poi faceva, almeno, la fatica di entrare col camper dell’Italia che cambia in città, è il caso che i militanti renziani, invece di posticipare la sveglia della rivoluzione, facciano suonare quella della destituzione. Poiché, questo è un fatto arcinoto, il renzismo non è un progetto strutturato di cambiamento che il suo leader non riesce ad adempiere per incapacità politica, è fuffa auto-referenziale dettata dal più gretto spirito compromissorio, tipicamente italiano, e che tipicamente ha portato l’Italia ad essere un Paese subalterno.