È passato più di un secolo da quando Gustave Le Bon scrisse il suo capolavoro, La psicologia delle folle, annoverato da Le Monde, nel 2010, come uno dei venti libri più influenti al mondo, sfogliato e metabolizzato da Mussolini, Hitler, Lenin e Roosevelt. Un testo che ha anticipato, brillantemente, l’epoca delle masse, dei partiti, dell’inconscio collettivo, della mobilitazione totale, dell’uomo-massa di cui parlava Ortega y Gasset, saggiando i confini antropologici e psichici dell’individuo-tipo novecentesco, così come Machiavelli aveva dipinto quelli dei suoi contemporanei. Ecco che adesso, però, vorremo un complemento, un aggiunta o un’appendice. Ci piacerebbe che Le Bon resuscitasse  dal cimitero del Père-Lachaise e si mettesse comodo, davanti allo schermo di un computer, per studiare un’altra massa, abitatrice del secolo XXI, che ha abbandonato le piazze e che si interfaccia al mondo per il tramite di una tastiera. E gli chiederemo allora: esiste una vera distinzione tra la folla otto-novecentesca e quella virtuale? Il popolo dei webeti, può essere considerato “folla”?

È ancora mosso da quelle pulsioni inconsce di cui parlava Le Bon, attratto dalle immagini, dalle formule chiare e semplici, dai miti e dalle idee astratte, dal capo carismatico, dall’azione irrazionale? Questa domanda scaturisce da un dato significativo: la fine della mobilitazione politica. Con l’ascesa del web e di internet, è progressivamente scemato l’elemento aggregante e mobilitante della politica. Non esistono più i congressi di partito (se non si vuole annoverare, tra questi, un esperimento ristretto ed elitario come la Leopolda) né i comizi elettorali, le grandi manifestazione collettive annuali si contano sulle dita di una mano, le piazze sono vuote, le proteste sterili, adesso è chiaro che il nuovo popolo con cui si interfaccia e dialoga la politica è il popolo del web, questo agglomerato di utenti-avatar incastrati nel formato standard dei social network, che esprime il consenso ai suoi leader – divenuti opinion leader – attraverso “mi piace”, condivisioni e i “retweet”. Cosa distingue, perciò, l’atteggiamento di queste due folle separate da un secolo di storia? A differenziare il loro modo di agire sono due elementi che già Kant aveva posto come “principi a priori della sensibilità”: lo spazio e il tempo.

Lo spazio è la rex estensa, il dato fisico e corporeo dell’individuo. Rispetto al passato la folla virtuale non è presente fisicamente nello spazio, non vede, non sente, non tocca il proprio vicino con i sensi. È un aggregato di utenti che condivide separatamente soltanto un sentimento, un giudizio, e un’opinione virtuale. Eppure la potenza di questo sentimento, quando è tanto condiviso collettivamente e capillarmente da ostruire letteralmente la rete, può generare situazioni limite che ricordano la gogna medievale: pensiamo al caso della Cantone, morta suicida presumibilmente per gli insulti che ha ricevuto in rete dopo i suoi video hard. La differenza rispetto al passato, tuttavia, è l’assenza corporea dell’utente, che lo deresponsabilizza al massimo – sebbene anche il principio del raduno di massa deresponsabilizzi l’individuo – e lo porta a non fare niente di concreto ma a dire ciò che vuole. L’immensa libertà di espressione è quindi inversamente proporzionale alla libertà d’azione, al contrario di quanto avveniva nelle folle tradizionali. Abbiamo visto però che anche la parola può essere performativa, e quindi può comportare un’azione sulla realtà. Ma è un’azione mediata, che si inserisce nel codice binario digitale del si/no, mi piace/non mi piace, buono/cattivo, giusto/sbagliato, e che perciò non può mai uscire da un format imposto dall’alto, da una struttura già prestabilita a monte.

L’altro elemento è il tempo: la folla tradizionale vive il tempo presente e lineare dell’immediatezza, è una folla il cui flusso di incoscienza reagisce istantaneamente agli stimoli esterni. Nella rete il tempo è essenzialmente ciclico, ripetitivo e morto. È un tempo che dà spazio non alla riflessione, ma all’indifferenza. Ciò che stimola l’utente della folla virtuale è un elemento immobile, reperibile e riproducibile all’infinito, che non si consuma né si deteriora (il video, l’articolo, il post, il tweet). La frase ad effetto del leader carismatico, che agitava la folla nel momento presente, diventa oggi un tweet di 140 caratteri al massimo, incapace di generare grandi idee o immagini forti e di suscitare nell’utente una reazione immediata. La folla virtuale non riesce quindi a creare un mitopoiesis, un orizzonte di senso condiviso, una grande narrazione, una mitologia, delle icone che la raccontino integralmente. C’è quindi un rilassamento del rapporto politica-folle, una distensione data dall’intermediazione spazio-temporale della rete, che amplifica taluni aspetti della folla tradizionale – come la deresponsabilizzazione – ma che al tempo stesso ne seda gli aspetti più pericolosi per l’ordine costituito e le strutture di potere – come la capacità di azione e di mobilitazione, e perciò anche di creazione di un’alternativa politica.

La conclusione è che la folla virtuale è una spettatrice degli eventi, che giudica, analizza, commenta, condivide, disprezza. È una massa informe di inquisitori e magistrati, istigatori e provocatori, impossibilitati ad agire concretamente e perciò votati alla speculazione virtuale. Questa folla lascia dietro di sé una scia di sangue che non vede e di cui non si sente responsabile, e non è sangue di nobili e baroni, ma del proprio vicino, e un giorno, a turno, un po’ tutti quanti, divenuti vittime e carnefici di questa mega-macchina virtuale, saremo giudicati uno ad uno.