La sospensione dell’incredulità è un concetto che attiene al mondo del Wrestling, lo spettacolo per eccellenza. Si tratta di una condizione psicologica per cui nonostante gli spettatori sappiano che il wrestling è una finzione interpretata da una compagnia di attori, tutti sono portati a credere allo spettacolo e quindi a provare delle emozioni sincere. In gergo, questa messa in scena è detta kayfabe, che potremo tradurre con fiaba o fabula, quella fede poetica nella narrazione che non ci permette di notare le incongruenze della storia.

La kayfabe crea quindi una dissonanza cognitiva per cui lo spettatore non riesce più a distinguere ciò che è reale da ciò che è solo una simulazione. La kayfabe non ha bisogno di provare la sua validità. Si attiva e basta. In parte è simile al concetto di mito elaborato da Sorel: se è fecondo, se si espande nella società e fa presa, se riesce ad emozionare un gran numero di persone, allora si innesca da sé, si riproduce tautologicamente, la sua diffusione dimostra la sua attendibilità. A questo punto, creata una narrazione credibile la storia diventa a prova di realtà e di fact-cheking, nel senso che la realtà può intervenire per sconfessarla ma senza intaccare la fiducia che lo spettatore conferisce alla simulazione. Parliamo di kayfabe perché come Nick Rogers, il sociologo che ha applicato questo concetto al mondo della politica, crediamo che possa rendere conto della situazione attuale.

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Benché non sapremo spiegare come è successo – e tuttavia la soluzione più semplice sarebbe quella di dare la colpa, con un certo disprezzo adorniano, al medium attraverso cui la politica di volta in volta si esprime (la televisione, il web, i social) – non possiamo fare a meno di notare come la politica, in questi ultimi anni (senza distinzioni di sorta tra partiti tradizionali e populisti) abbia smesso di lottare in permanenza contro la sua deformazione nello spettacolo dominante (Debord) fino a diventare parte dello spettacolo. Questa constatazione terribilmente banale – se pensiamo che già MacLuhan poteva affermare che quando una nuova tecnologia penetra in un ambiente sociale non può cessare di permearlo fin quando non ha saturato ogni istituzione – ci segnala che oggi, con il populismo, ma faremo meglio a dire con una politica che per necessità comunicativa deve farsi populista e disarticolare il più possibile il proprio discorso (da destra a sinistra), abbiamo raggiunto il livello di saturazione totale.

La logica dello spettacolo ha permeato qualsiasi dimensione uccidendo la realtà. Questo passaggio d’epoca sigla la fine delle grandi e complesse ideologie e inaugura l’era delle kayfabe. Lo stesso abuso della parola narrazione – o storytelling – nel dibattito mediatico è sintomatico di quanto la politica si limiti a raccontare se stessa invece di modificare il reale. Nel tentativo di rendersi più spendibile nella monodimensione mediatica, la politica ha adottato, o si è lasciata sopraffare, dai parametri sensazionalistici dell’intrattenimento fino a far prevalere la forma sul contenuto, il significante sul significato, l’immagine sul concetto, la narrazione sul fatto. La politica, come la cultura, è sottomessa alla stessa domanda di segni di qualsiasi altro oggetto (Baudrillard). Ecco allora la kayfabe, il racconto che non ha più bisogno di prove, il significante che può esistere senza il significato, la fabula a cui si crede perché è la più suggestiva.

Mentre l’ideologia tenta di conformare il reale ai suoi ideali, e quindi intersecando la realtà la produce (produce un senso condiviso), la narrazione si muove su un piano parallelo alla realtà, senza mai toccarla, e quindi la offusca. Se l’ideologia è in grado di produrre “valori”, ossia significati, la narrazione invece si limita a manipolare dei “segni”, ossia significanti che non hanno bisogno della realtà per confermare la loro efficacia descrittiva. Se l’ideologia prescrive, la narrazione descrive.

Pensiamo allo slogan populista We are the 99%; uno slogan che molti movimenti di protesta, da Occupy Wall Street agli Indignados, da Podemos al M5s, hanno utilizzato per catalizzare il consenso. Si tratta di una finzione statistica a cui però tutti vogliamo credere: è la mitopoiesi di un popolo che assurge per riprendersi quanto gli è stato tolto da un’élite corrotta. Benché non sia un dato scientifico credibile, poiché la società non si può dividere secondo queste percentuali, è una simulazione sensazionalistica divenuta più reale della realtà: finalmente un’epopea, qualcosa di accattivante, la serie Tv che tutti ci aspettavamo, Game of Thrones a colpi di twitter, la fiction, la fabula, come la mappa disegnata dai cartografi dell’Impero nel racconto di Borges, tanto verosimile da uscire dallo schermo del computer e posarsi sulla realtà fino a sostituire la realtà stessa, a diventare più reale del reale.

Il populismo “puro” è la kayfabe che fa più share tra le diverse narrazioni che il palinsesto politico può offrire. E non importa che non sia reale, perché la realtà è sempre meno il luogo in cui si cerca l’indizio che confermi la verità di un fatto. E non saranno sufficienti i sondaggi, le statistiche, i dati e i grafici per farci tornare a credere nella realtà, perché – e lo aveva già capito Barrès quando sosteneva che i ragionamenti non convincono – nella sua totale irrazionalità una kayfabe, se fa presa sulla maggioranza, è già valida, è già vera. La sua verità però, a differenza della verità-ideologica che produce dei valori, non si traduce in significato, nel senso che non rappresenta più una scelta di vita, una volontà di vivere in questo o quel modo, con tutte le conseguenze che ciò comporta. È una verità-intrattenimento che ci allontana dalla realtà, è l’informazione che non informa, è la ninna nanna della società moderna incatenata, che infine non esprime altro se non il suo desiderio di dormire (Debord). Assorbita completamente da un discorso che ha perso la “potenza pratica”, che non ha più funzione performativa, la vita concreta di tutti – dice ancora Debord – si è degradata in universo speculativo.

Quindi non dobbiamo scomodare Furio Jesi per capire che il populismo con la “destra” ha poco a che vedere, che nel populismo non si fa uso delle parole spiritualizzate, ma soltanto di segni. Quelle maiuscole (che Jesi aborriva) davanti alle parole Famiglia, Patria, Identità di cui fa uso il populismo di destra non sono più valori, ma segni pari agli altri che si vendono e si manipolano sul mercato del consenso. Perché la crisi dei valori è il loro svuotarsi di significato per diventare segno autonomo, simulacro, e quindi oggetto di dibattito, di discussione, di scienza, di intrattenimento.

Di quale Famiglia Tradizionale si va parlando in un tessuto sociale e sentimentale così logorato e anaffettivo? Di quale Nazione in un momento storico dove il popolo non è mai stato così frammentato, privo di senso civico e di memoria condivisa? E non basteranno il Fertility Day della Lorenzin, le celebrazioni del 4 novembre, tutte accumulazione di spettacoli, laddove la politica è spettacolo e solo la ragione economica (globalizzata e quindi avversa ad ogni forma solida) produce senso, valori, leggi, norme, prescrizioni.

Furio Jesi, germanista, si dedicò allo studio della sopravvivenza dei miti nelle società moderne.

Il populismo è il rifiuto definitivo, già inaugurato dalla politica tradizionale – quando ha smesso di produrre un discorso elaborato, quando ha cominciato a disarticolare la propria sintassi, quando ha confessato la sua impotenza prescrittiva – di produrre il reale, è il tentativo di raccontarlo con stimoli disconnessi e contraddittori che però non minano la fiducia che riponiamo in questa narrazione (benché abbia diversi punti di rottura). Non c’è passato né origine nel populismo. Non c’è futuro né utopia. C’è solo l’immanente, uno spettacolo che, dice Debord, è assolutamente dogmatico e nello stesso tempo non può approdare a nessun solido dogma.

Non importa che Trump sia uno spudorato plurimiliardario. È lui che grida «I love the poorly educated!». Non importa che Putin non abbia alcuna intenzione di fare gli interessi dell’Italia, è lui che nei meme cavalca un orso e prende a schiaffi la Merkel. Questi meme sono diventati più reali della realtà perché vorremmo che lo siano, abbiamo bisogno che lo siano. E così non ci importa delle promesse elettorali non mantenute. Noi vogliamo lo spettacolo. Di Maio in economy o Salvini che copia dagli youtuber la pratica dell’unboxing e spacchetta in diretta Facebook gli avvisi di garanzia arrivati da Bruxelles. Quale migliore esibizione della rivincita su chi ci ha portato al collasso? La finzione di un popolo dentro le istituzioni, di un popolo che ha il controllo di una realtà incontrollabile: libidine.

In genere nel mondo del wrestling la rottura di una kayfabe avviene quando un attore chiama il suo avversario con il proprio nome invece che con il suo nome d’arte, o quando lo si vede in giro con moglie e figlio al supermercato. The Undertaker viene direttamente dagli inferi, non può certo stare con la famiglia in un 24ore a comprare il necessario per il barbecue! A quel punto decade la finzione. Così la kayfabe progressista si è andata esaurendo quando i valori dell’universalismo professati dalle sue élite si sono rivelati, come sosteneva Zizek già nel 2005 sulla New Left Review, un alibi per l’intervento militare, la sacralizzazione della tirannia del mercato, il fondamento ideologico del politicamente corretto. Il principio di realtà – tutti gli scompensi economici e simbolici che non stiamo qui ad elencare – ha frantumato la narrazione, ha dissolto l’artificio, laddove quello populista aveva già fatto breccia. L’establishment stesso, quando molti intellettuali dopo la Brexit hanno messo in dubbio la validità del suffragio universale, dissacravano da sé la loro kayfabe, si toglievano la maschera e davano prova del disprezzo covato verso il popolo. Un po’ come vedere The Undertaker in mutande.

In un mondo integralmente spettacolarizzato, però, la realtà basterà sempre meno a sconfessare la narrazione, e infatti anche il Wrestling, nonostante i vari kayfabe-breaking avvenuti, è sempre un business. Così come i vari scandali che hanno coinvolto la Lega (i 90 milioni di euro) o il M5s (le espulsioni, la mancata restituzione degli stipendi da parte di alcuni parlamentari) pur sconfessando le narrazioni che questi partiti davano di loro stessi, non sono stati abbastanza forti da rompere la kayfabe. Mentre invece, per esempio, Tangentopoli è riuscito a rompere l’egemonia craxiana quando ancora i giornali e la magistratura avevano una legittimità superiore al racconto politico.

The Undertaker e la vita reale

Come si rompe la kayfabe populista? Di certo non con gli editoriali ottocenteschi di Angelo Panebianco, le scoperte dell’acqua calda di Galli della Loggia, le nostalgie rivoluzionarie o le menate sull’Ur-fascismo della Murgia. Loro erano già significanti senza significato, che adesso sventolano l’antifascismo come un ennesimo simulacro pur di non perdere il posto di lavoro e riposizionare il loro brand nello spettacolo dominante. Loro erano già i nemici, erano già i populisti, già avevano assunto quella posa pop per compiacere un popolo che si è rivelato populista, già avevano stravolto il loro linguaggio articolato, annacquando il confine tra cultura alta e cultura di massa, già partecipavano alla violenza collettiva, al fascismo dello spettacolo, già cantavano le merci e le loro passioni, maschere di un dibattito affannato dentro una stessa scatola che invece di interpretare la realtà l’ha consumata, e che ci ha messo tutti nella condizione assurda, in un’inversione di senso, di ignorare dove finisca l’artificiale e dove cominci il reale. L’estensione del dominio integrale dell’intrattenimento è l’Ur-fascismo che non possiamo vedere, è il divenir-merce del mondo, è la grande barbarie della tecnica. La sinistra è una merce sconfitta e obsoleta, un po’ come quel Mickey Rourke nel film The Wrestler quando dice

Sono un vecchio pezzo di carne maciullata, e sono solo. E me lo merito di essere solo.

E adesso lasciateci godere la serie Tv più bella di tutte! Lasciateci credere che il popolo, pur con tutti i suoi difetti, conti davvero qualcosa, per una volta.