Tra i banchi scolastici, durante la lezione di filosofia, a qualche studente annoiato capitò sicuramente di sognare che Hegel, da bambino, venisse colpito da un’altalena sull’emisfero cranico sinistro perdendo le capacità creative che gli fecero di fatto immaginare la filosofia della storia. Qualcuno auspicò che Kant, l’uomo dell’Illuminismo, fosse stato un po’ più libertino e avvezzo alle donne, invece che il casto pensatore di Königsberg che teorizzò le 12 (perché dodici?) categorie, lo schematismo trascendentale, l’estetica e i rapporti tra la sensibilità e l’intelletto. O ancora che Heidegger, in tenera età, intersecando lo spigolo di un comodino con la fronte, danneggiasse l’area di Broca, relativa alla comprensione del linguaggio, e ci evitasse tomi di neologismi incomprensibili. Ma non è andata così. Hegel è diventato l’idolo della Germania e il simbolo dello Spirito prussiano che indenne pervade ancora oggi migliaia di atenei. Kant ci ha spiegato cosa vuol dire conoscere, lui che, ipocondriaco e schivo a qualsiasi spirito d’avventura, non si allontanò mai oltre i 10 chilometri dalla casa natia. Martin Heidegger, che pensava la filosofia come un’attività inconciliabile con l’ordinaria quotidianità, va per la maggiore tra gli studenti più giovani, senza dubbio. Meravigliosa disciplina aristocratica, la filosofia si lascia la vita alle spalle per entrare nell’iperuranio della metafisica, tra le labirintiche vie di un dibattito infinito tra Essere e Non-Essere, Fenomeno e Noumeno, Sensibile e Intelligibile e via discorrendo.

Ma adesso, parlandoci chiaro, in barba ai Matusalemme della filosofia, o peggio ancora ai giovani professori che si esaltano parlando dell’Estetica trascendentale, è il caso di farla finita con questa pseudo-scienza che non risolve nulla. Ecco allora la dimensione in cui si colloca l’opera “Il crepuscolo dei filosofi”, “un libro, fatto sul serio o per ischerzo?”. Queste le prime battute della recensione allo scritto di un giovane (nel 1906 poco più che ventenne) e appassionato Giovanni Papini da parte di Benedetto Croce! E cosa poteva pensare il padre del neoidealismo italiano, di fronte alle righe di un ragazzo che, con impetuoso disprezzo, vuole “licenziare la filosofia” , questo “aborto dello spirito umano”, questa disciplina inutile, a metà tra arte e scienza, che rivela la sua sterilità quando tenta di carpire l’Universale? Ovviamente il giudizio di Croce è negativo, seppure con qualche nota di apprezzamento, e infine anche un po’ banale: una critica della filosofia può essere condotta soltanto con mezzi filosofici, e perciò rivela la sua utilità e la rimette in gioco. E in effetti come dare torto a Croce quando afferma che Papini crede nella filosofia?  Il punto però, è capire in quale filosofia lui creda. Questa la domanda più interessante la cui risposta è da dedurre e da costruire, solo una volta che il libro si è chiuso.

Perché attraverso questa ricerca personale condotta da Papini, che prima di cimentarsi e di azzannare le idee Kant, Hegel, Schopenhauer, Comte e Nietzsche, ne descrive attentamente il vissuto – come se quest’ultimo determinasse il pensiero, in una simbiosi inscindibile – si evince che la filosofia della contemplazione, dei sistemi e delle categorie che precede aprioristicamente la realtà invece di analizzarla, è da buttar via “come una carogna”. Non solo per l’inutilità dei fini, ossia la pretesa di cogliere e di inquadrare in uno schema definitivo la realtà – esercizio guidato dalla paura dell’assurdo, del contingente, della imprevedibilità della vita, più che da una volontà di migliorare l’esistente. Ma anche perché questa filosofia dell’Universale, dell’Uno e dell’Unità, descritta da quei filosofi che mettono maiuscole ovunque e che hanno eretto le loro cattedre a mausolei di Verità, è anche pericolosa, e dialoga incessantemente col potere. Il potere, infatti, opera secondo uno schema unitario, ha bisogno di una realtà univoca e centralizzatrice al quale conformare ogni periferia, ogni uscita di tono. Pensiamo, infatti, all’hegelismo, che adotta un sistema precostituito e anticipa la realtà secondo la dialettica triadica, la cui conclusione è una sintesi immaginaria che in breve diventa ideologia, mission, volontà egemonica di potere. Il marxismo, infatti, non è forse l’attualizzazione del pensiero hegeliano applicato ai modi di produzione? E il suo sogno, non è forse il grande Uno Internazionale? Ogni sistema ha la pretesa di giungere all’univoco e disprezza, tace, occulta la contraddizione e la rende un momento dell’Unità. Questa la strategia di qualsivoglia forma di dominio: silenziare ogni antinomia sotto le vesti di una “necessità naturale” inemendabile. Così il Capitalismo, che identifichiamo oggi con  il sistema-Europa, fa del centralismo del pensiero  – nello slogan del “ce lo chiede l’Europa” – la sua dottrina unitaria, la sua narrazione lineare in cui una peripezia come la vicenda greca viene raccontata in quanto “fatalità” che non contraddice minimamente la bontà del fine. E allora, quale filosofia migliore di quella kantiana, hegeliana, idealista in genere, che sogna di ridurre il mondo ad Uno? Che distrugge il pluralismo e traccia una linea netta tra giusto e sbagliato, buono e cattivo, vero e falso, che inserisce già nelle menti una volontà schematica, burocratica, contabile, tecnocratica, innestando tutti quei concetti fertili per la nascita di una forma totalitaria?

Quello di Papini, al contrario, è il ripristino di una sensibilità nei confronti della contraddizione, vissuta non più come un negativo, ma come una presenza insita nella realtà. Poiché la storia non è un inveramento della libertà, la contraddizione non è un momento dell’Unità: il mondo è ingiustificabile, assurdo, contingente e vario, perciò anche pauroso, perché imprevedibile. Vale la pena allora viverlo piuttosto che pensarlo. Ma non vuol dire che nella vita non ci debba essere pensiero, bensì che il pensiero vada rivolto alla vita e non altrove, per essere direttamente connesso alla prassi, come fu il caso, forse più bello nella storia, dell’Antica Grecia, quando – contrariamente a come ce lo vende Hegel – dai sofisti ai pensatori delle Scuole, vi era un interesse teso sempre alla risoluzione concreta degli affari – termine disprezzato sicuramente dai baroni della filosofia che considerano il logos come qualcosa di “alto”, che non ha da sporcarsi con la vita. La felicità e l’infelicità, i soldi, le donne, le passioni, le amicizia e gli amori, come parlare di fronte ad una platea o ad una donna: ecco l’inizio e la fine della filosofia. Il resto è una forma di esoterismo élitario che confina sottilmente con l’arte divinatoria. E ad oggi che la filosofia idealista ha ancora la meglio ai vertici della società, nelle alte sfere del potere – non che qualcuno, a Bruxelles, si legga Hegel – laddove appunto si ragiona secondo un pensiero unitario, univoco, “il capitalismo come unico mondo possibile”, l’unica filosofia accessibile ai profani è quella di uno slogan pubblicitario, di una serie Tv, di Pomeriggio 5  – pur essendo forme che rientrano nella logica del conformismo all’Uno – perché si occupano di realtà e di vita e per questo hanno successo alla base della società. Se la filosofia – e soprattutto i filosofi – non hanno intenzione di sporcarsi le mani ed agire nella dimensione del “basso” quotidiano, ma preferiscono creare architetture e sovrastrutture comode alle logiche del dominio, allora tanto vale auspicare la morte di questa disciplina.

CIRCOLO PROUDHON EDIZIONI

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