Come si costruisce un’ideologia? Il saggio di Enzo Pennetta risponde precisamente a questo interrogativo. Con una prosa in bilico tra narrativa e saggistica, L’ultimo uomo è un’inchiesta nelle retrovie storiche, filosofiche, antropologiche, scientifiche di un grande apparato ideologico di cui oggi non si ha più la cognizione, di un paradigma di pensiero, di una meta-struttura che si dispiega a partire dall’opera di Malthus fino alle stramberie religiose dei guru della Silicon Valley e alle attività sovversive delle Ong. Come in ogni ideologia, come in ogni dispositivo di dominio, in cui si relazionano dialetticamente idee e realtà, idee e potere, idee e istituzioni, l’aumentare del raggio di influenza determina il diminuire della sua percezione. Ma se l’ideologia è avulsa dalla dimensione presente (è un’attesa escatologica, un futuro a venire, una visione di un mondo che non c’è – così erano le grandi narrazioni: l’illuminismo, il positivismo, il marxismo) ora, quello descritto da Pennetta, è il suo passaggio a fatto culturale, quindi passivo, vivificato inconsciamente nella quotidianità (un gesto, un modo di dire, un comportamento, un giudizio, una legge). Stiamo parlando della nascita di un dispositivo di potere e per dispositivo adoperiamo la definizione datane da Deleuze: «discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche». Pennetta esamina la nascita dei discorsi della modernità e della postmodernità fino a delineare un ipotetico futuro verso cui il nostro presente sembra proiettato e che ha già le sue formazioni sociali attive: il trans o postumanesimo. Si susseguono così gli attori che hanno dato vita agli sconvolgimenti nel panorama politico e culturale tra il xvi e il xvii secolo ed i suoi sviluppi fino ai giorni nostri attraverso l’istituzione delle societies inglesi, i circoli intellettuali, i club di élite, le alte sfere di governo, prima i partiti e poi – una volta venuto meno il loro scopo di contenitori ideologici – le ong: tutti organi votati alla selezione dei testi di riferimento del nuovo paradigma, dei pensatori a loro funzionali, dei movimenti di protesta da manipolare, dei concetti che meglio si adattano alla loro Weltanschauung, marginalizzando ed escludendo tutti quei corpi ostili alla loro affermazione. Dobbiamo dare ragione a Vilfredo Pareto quando sostiene che «la storia è un cimitero di aristocrazie». Con un meccanismo di inclusione ed esclusione – sul piano verticale instauratosi dall’alba dei tempi tra alto e basso, tra governanti e governati, tra centro e periferia, tra élite e popolo – l’ideologia da «sogno di una cosa» è diventata immanente.

Non a caso la Nuova Atlantide di Francis Bacon divenne un testo cardinale della Royal Society, l’associazione di promozione scientifica fondata nel 1660 con lo scopo di sottoporre il sapere alle competenze amministrative del governo. Il romanzo di Bacon, pubblicato nel 1627, è un’utopia a sfondo tecnologico dove scienza e benessere sono strettamente collegati grazie all’opera degli scienziati, ai vertici di una piramide sociale che ricorda quella della Repubblica di Platone. I tecnici sono i novelli àristoi di un mondo a disposizione dell’uomo («Il mondo è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il mondo») che scioglie il vincolo di organicità tipico dell’universo classico [1]. La nuova Atlantide è un gigantesco laboratorio a cielo aperto (dove si preparano medicinali e pozioni, si riproducono i fenomeni climatici, si pratica la sperimentazione animale) che provvede alla salute dell’uomo. Lo scritto di Bacon si rivela il romanzo di formazione adatto a supportare l’eccezionalismo scientista – rispetto alle altre discipline – e la sua pretesa (fallita) di rispondere ai perché del mondo. Ma oggi che esiste la maternità surrogata e i test genetici per quantificare il rischio di malattia in base al dna, a nessuno salta per la testa di rimettere in discussione il ruolo della scienza, tanto che quello che per Bacon era un sogno, per noi è un fatto concreto. La vita si sta appiattendo nell’angusto ma remunerativo – per qualcuno – concetto di “salute”, monopolizzato dalla scienza. Detto ciò, possiamo considerarla davvero post-ideologica? Risulta impossibile «separare la scienza – dice Sanguineti – dal suo contesto storico sociale concreto. L’immagine dello scienziato chiuso in laboratorio che fa la grande scoperta è un po’ comica. A promuovere la scienza sono innanzitutto i gruppi interessati a usarne le ricadute: l’università, l’industria sempre più immateriale, i grandi centri medici e farmacologici, l’esercito. La portata ideologica della scienza lievita dentro questi interessi»[2]. Più tardi, a riscuotere grande successo, fu l’Origine della specie del biologo Charles Darwin, che riconobbe una simmetria tra le leggi di natura e le costanti comportamentali, etiche ed economiche dell’Inghilterra vittoriana: quale espediente si rivelò migliore per rimuovere senso di colpa dalla coscienza borghese britannica nei confronti della classe operaia e dei popoli delle nuove colonie? Non si può mettere alla berlina la selezione naturale! Il capitalismo grazie a Darwin recuperò un po’ di spontaneità e liquidò non poche critiche. Così anche a Bismarck si rivelò utile la filosofia della Storia di Hegel, per fare degli staterelli della confederazione tedesca un Impero a guida prussiana. Di pari le teorie matlhusiane sul controllo demografico, grazie al contributo di Margaret Sanger, segnarono tutta una stagione politica americana del primo Novecento sotto il nome di family planning, il cui obiettivo era il controllo della riproduzione dei poveri, degli ignoranti e degli illetterati.  Questo saggio va affrontato come si affronta un noir in letteratura e un thriller nel cinema. È una storia di intrighi, di scoperte, di ipotesi, di manipolazioni, il tutto mosso non tanto dalla volontà cosciente di qualcuno, ma dalla pulsione atavica del capitalismo: generare il maggior profitto. Evidentemente – e qui risiede il non-detto, l’inconscio del discorso – a costo delle privazioni di qualcuno.

Grandi protagonisti, come al solito del resto, sono gli Stati Uniti d’America, questa terra di contrasti divenuta simbolo della modernità senza volerlo, abitata da un popolo pragmatico ma ancora incastrato in un limbo “infantile”, tanto ingenuo che durante il programma radiofonico War of the worlds del 1938, in cui Orson Welles finse di descrivere un’invasione aliena, il New Jersey cadde completamente nel panico. Questa innocenza, frammista ad un forte senso di idealismo, ha reso gli americani più creduloni degli europei, attaccati – in una società profondamente materialista – a dei nuovi feticci panteistico-religiosi (che sia il New Age o la Chiesa di Scientology frequentata da buona parte dello star system hollywoodiano), allo shintoismo e al taoismo, ai culti acquariani e quanti altri derivati che convincono, per prima, quella power élite (oggi radicata nella Silicon Valley, ai vertici dei più grandi mezzi di comunicazione del globo) determinata a portare avanti un’idea del mondo che, ci dice Pennetta, è iniziata già con l’opera di Malthus. Ora le idee possono essere subordinate a questo stato di cose, e venire quindi incluse nella bibliografia di questa narrazione, oppure esserne escluse. Nelle pagine che seguono si farà luce sui protagonisti e le opere che più ne hanno influenzato la tragica e al tempo stesso grottesca affermazione. Possiamo dire che due menti brillanti, sebbene con registri diversi, avevano già intuito la composizione della nuova società: siamo al confine con il Brave new world di Huxley e l’eccentricità del lungometraggio Brazil di Terry Gilliam. È il racconto di un mondo eterodiretto dal progresso scientifico, e al tempo stesso comico per le sue ridicole pretese di cancellare dal nostro orizzonte di senso il concetto di “natura umana”, per il suo “idiotismo specialistico”. Diffidiamo sempre da coloro che parlano di post-ideologie vestendo gli argomenti del progresso, i profeti laici di un nuovo culto: «Ogni passo avanti – dice Cioran –, ogni forma di dinamismo comporta qualcosa di satanico: il “progresso” è l’equivalente moderno della Caduta, la versione profana della dannazione».

[1] «Anche quel piccolo frammento che tu rappresenti, o uomo meschino, ha sempre il suo intimo rapporto con il cosmo e un orientamento a esso, anche se non sembra che tu ti accorga che ogni vita sorge per il Tutto e per la felice condizione dell’universa armonia. Non per te, infatti, questa vita si svolge, ma tu piuttosto vieni generato per la vita cosmica», Platone, Leggi, Libro X, 903 c.

[2] Dall’intervista di Antonio Gnoli, “Sanguineti e la scienza”, «Repubblica», 6 giugno 2007, p. 49

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